2019 – Oslo

Traduzione dell’articolo di Rodrigo Rodriquez sulla rivista norvegese Corridor, 1992

Sono lieto di dare il benvenuto alla nuova edizione di Corridor, che attraverso la sua nuova idea e layout manifesta come un’associazione che rappresenti e promuova l’industria del mobile (un’industria nazionale del mobile) in un paese sostiene l’evoluzione del livello professionale dell’intera gamma complessa dei protagonist, i produttori di arredamento,, architetti, designer di interni, acquirenti pubblici, consumatori contract e rivenditori, opinion leader e molto altro ancora.

Vorrei articolare un tale benvenuto in due proposte.

La  prima deriva dalla necessità di rinforzare il legame tra i progettisti e l’industria, che oggi è sottoposto  a forti pressioni. Questo dovrebbe essere fatto introducendo la figura  di “design manager” nell’organizzazione delle aziende di arredamento.

Durante il mio discorso a Oslo, nel novembre 1989, quando ho avuto l’onore di essere invitato da The Norwegian Furniture Manufacturers  Association e dalla Norwegian Association of lnterior Decortrors, dissi che l’ industrial design, e più precisamente il furniture design, è il processo attraverso il quale una nuova idea diventa un prodotto, grazie all’interazione sinergica tra un progettista e un’azienda, dove:

  1. a) il progettista fornisce la sua idea
  2. b) l’azienda fornisce i propri know-how in materia di sviluppo, ingegneria, produzione, comunicazione e vendita.

È importante dire che un produttore di design industriale deve soddisfare le aspettative manifeste o potenziali e le esigenze di un numero considerevole di consumatori.

Così. l’industria ha il potere e, di conseguenza, la responsabilità di rendere tale processo agevole ed  efficace, riservando al designer sufficiente spazio e stimolo per produrre innovazione. In questo modo, i produttori. contribuiscono a far incontrare e anticipare i gusti e le aspettative del consumatore e consentire lo sviluppo dell’ambiente creato dall’uomo.

Sfortunatamente, al momento, le vendite sono difficili. La domanda si sta restringendo e l’industria è spinta a fare una scommessa sicura e a ad assecondare la moda del mercato. Di conseguenza, a non prendere rischi  investendo sull’innovazione.

Come può essere risolto questo dilemma?

Non sono in grado di fornire consigli o prescrizioni, ma posso fornire un piccolo contributo su cui riflettere. Se è vero che uno dei modi migliori per affrontare la concorrenza è quello di sottolineare l’identità dell’azienda, allora è chiaro che quando un’impresa ha costruito il proprio successo su design innovativo, è saggio continuare a rafforzare un punto così forte.

Ma più in generale, deve essere rafforzata l’interazione tra design e industria, razionalizzando questo rapporto e, perché no, introducendo – e mi ripeto – una nuova figura nella struttura organizzativa ogniqualvolta sia fattibile. – mi riferisco al ruolo di “design manager”, come definito da John W. Graham nel lontano 1980 e che ora è diventato il tema di un Master  presso l’Università degli Studi di Milano.

La seconda proposta è di dedicare attenzione e allocare risorse alla ricerca di nuovi materiali e tecnologie di fabbricazione.

Non è un  caso che la UEA (l’Unione europea dei produttori di mobili europei), di cui sono stato Presidente fino alla fine del 1991 (il nuovo presidente è il sig. André Vincent, francese) ha introdotto tale argomento attraverso una mostra al Salon lnternational de l’Architechture  tenutosi a Milano lo scorso settembre.

In quella mostra, con l’obiettivo di stimolare l’evoluzione del “sistema arredo” in Europa, abbiamo illustrato l’importanza dell’innovazione dei mate riali come ingredienti essenziali per la vera innovazione e reale contributo al rinnovamento del linguaggio nel design dei mobili.

Un tale approccio sembra coerente con la filosofia  del design di mobili norvegesi.

Come ha sottolineato il padiglione norvegese alla recente XVIII  Triennale di Milano, una caratteristica essenziale del design norvegese è il modo in cui le cose parlano con la mano, come la mano sente mentre le realizziamo.

Significa che  la meravigliosa continuità tra artigianato e industria, così visibili nel mobile norvegese, suggerisce che solo il legno può essere utilizzato?

 Sarebbe possibile applicare il “sentire con le mani” a  nuovi materiali, generati da tecnologie come plastica avanzata ed ecologica, alluminio, ecc.?

Se alcuni produttori norvegesi di mobili prendessero in considerazione queste due proposte, il settore dell’arredo trarrebbe beneficio e vedrebbe rafforzati i suoi punti di forza.

 In tal modo, verrebbe meglio espressa la diversità esistente nel design   europeo dei mobili e si darebbe  un autentico contributo alla ricchezza e alla vitalità dell’Europa con la sua variegata identità cultura

2019 – Ricordo Alessandro Mendini

Milano, Febbraio 2019

L’innovazione come realizzazione dell’improbabile: un ricordo di Alessandro Mendini – di Rodrigo Rodriquez

Dall’archivio di Filippo Alison, foto di Bruno del Monaco

 

“Ho conosciuto Alessandro Mendini nel 1975 e da allora ho goduto, sentendomene gratificato, di forte sintonia con lui.

Ricordo, tra le occasioni di incontro, il viaggio che facemmo insieme da Milano a Seul, e da lì a Gwangju, essendo Alessandro ed io gli unici italiani invitati, nell’Ottobre 2005, alla prima delle Design Biennal di quella città, quando fu inaugurato il Conference Building voluto e pagato dal Sindaco di quella città, che ambiva a sostituire Seul come capitale del design coreano.

Il tema della Conference era Design is Light. Alessandro lo trattò, da par suo, in modo brillante e coinvolgente; io, ovviamente, in modo prosaico, da imprenditore che vuol vendere il suo prodotto: non prodotti FLOS, ma il Made in Italy.

Da quando lo conobbi, ho seguito con rispettosa attenzione il percorso della sua creatività, ammirando, in quello che disegnava, l’armoniosa, talora ironica, talaltra semigraffiante – penso al tavolo Voragine per Bracciodiferro – vena poetica.

E, da quando mi interesso di materiali e colori, godo per la sua maestrìa nel far loro parlare linguaggi nuovi, suscitando sorridente stupore – penso alla similpelle multicolore retroriflettente – in chi li guarda o li usa.

Egli non è più tra noi, ma le sue orme vivono nella storia del buon design, quello che si manifesta con quella parte dell’innovazione che è la realizzazione dell’improbabile.

Ho ritrovato questa foto di gruppo fatta a Napoli, nel 1979, sulla scala d’ingresso a Villa Pignatelli, al termine di un convegno sul design: tra tutti i designer presenti soltanto lui sorride: lui, Alessandro Mendini, discusso e affascinante protagonista del Design Italiano.”

 

2018 – VENARIA REALE

IL DESIGN ITALIANO, questo (s)conosciuto

Come e perché è nato il design italiano
Alla fine della guerra l’Italia era un paese semidistrutto, e la gente voleva dimenticare il recente passato e collocarsi in una nuova prospettiva.
Si verificò la contemporanea presenza di tre fattori:
A) il desiderio di novità degli italiani, la presenza di alcuni capaci imprenditori che avevano compreso l’esistenza di un mercato potenziale per nuovi prodotti
B) la presenza architetti di talento che, in mancanza dei soldi necessari per realizzare edifici, si concentrarono sulla progettazione di oggetti.
C) solido tessuto di competenze artigianali
D) Inoltre, la presenza nel nostro patrimonio genetico del DNA di Leonardo da Vinci, il più grande designer di tutti i tempi, ed il fatto che le molte invasioni subite nel corso dei secoli avevano fatto dell’Italia un paese multiculturale e multirazziale, ed è anche per questo che il design italiano, così come la pizza, viene accettato ovunque, in tutti i mercati.

Il mercato USA
Un mercato che, ovviamente, si è rivelato da subito molto promettente per l’arredamento italiano sono stati gli Stati Uniti, sia per prodotti di design, sia non innovativi.
In quel mercato entrammo … dall’alto: up – down, per dirla all’americana, con un evento che segnò il lancio del design italiano nel mondo, puntando i riflettori su una nuova generazione di progettisti: Mario Bellini, Joe Colombo, Gae Aulenti, Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Alberto Rosselli, Marco Zanuso e Richard Sapper, Archizoom, Superstudio, Ugo La Pietra,

Tutto iniziò quando il MoMA incaricò l’argentino Emilio Ambasz di venire in Italia e scegliere prodotti e designer più significativi per presentarli nella grande mostra “Italy, the new domestic landscape”, inaugurata nel Settembre del 1972.
Qualche anno dopo egli scrisse: “Il design italiano è strutturalmente ambivalente: in esso convivono conformismo e riformismo; voglia di essere integrante parte del sistema o proporsi come ad esso alternativo; tuttavia proiettato a migliorare la qualità degli schemi consolidati, dedicando grande attenzione a come differenti materiali possano essere armoniosamente giustapposti e abilmente combinati, a come i diversi elementi componenti di un oggetto siano ciascuno ben costruito e tutti sapientemente collegati, a come la qualità dei colori, dei disegni e della connotazione psicosensoriale delle superfici sia sapientemente accentuata.”

Nel 2002, essendo io Presidente di FederlegnoArredo, chiesi a Emilio Ambasz se avrebbe accettato di partecipare, in qualità di relatore d’onore, a un seminario, organizzato a New York durante gli eventi di Abitare Italia, sia per ricordare il 30° anniversario della mostra al MoMA, che per ragionare su se e come questo evento, avesse influenzato il design degli Stati Uniti. Tra le opinioni emerse dal dibattito, prevalente fu quella secondo la quale furono soprattutto le Scuole di Design ad avere ricevuto vantaggi e impulsi da quella mostra.

Il design italiano: interazione tra designer ed imprenditore
Un aspetto che mi preme, anche per interesse … personale, mettere in luce è il fondamentale ruolo svolto dall’imprenditore nel processo che parte dalla creatività del progettista.
L’imprenditore sensibile ai weak signals provenienti dal segmento di mercato cui la sua azienda si rivolge, mette a disposizione dell’idea innovativa proposta dal designer, le strutture e il know how della propria azienda, mediante quattro passaggi:
A) la creazione del prototipo, o, meglio, la prima materializzazione dell’idea, che si avvale della abilità e delle competenze degli artigiani prototipisti: sintesi tra cervello, cuore e mani
B) l’ ingegnerizzazione, che mette a punto il processo sfruttando la capacità produttiva e le strutture dell’azienda,
C) la fabbricazione,
D) la commercializzazione,
E) la comunicazione. Ed il contenuto innovativo dell’idea originale deve trasmettersi con continuità da uno stadio all’altro: questa è “la qualità totale italiana: “the Italian Total Quality”
Avete notato quanti designer stranieri vengono a lavorare in Italia? Ciò non avviene per caso e illustra l’importanza dell’interazione fra il designer e l’imprenditore nella creazione di nuovi prodotti. I designer trovano in Italia ciò che non trovano nel proprio paese.

In molti Paesi ci sono promettenti designer ed eccellenti scuole, ma mancano aziende disposte a rischiare e capaci di cogliere la presenza del talento. A chi gli chiedeva perché lavorasse sempre in Italia, Philippe Starck rispose un giorno: “Perché sono un designer italiano nato per caso in Francia”.

Le Scuole di Design in Italia

La prima Facoltà Universitaria del Design fu costituita dal Politecnico di Milano nel 2000; in precedenza esisteva praticamente soltanto la ben nota Domus Academy, fondata nel 1982 dalla lungimirante famiglia Mazzocchi.

Come dunque ha potuto fiorire il design italiano sin dagli anni ’50 ?

Una convincente risposta alla domanda la dette Vico Magistretti, durante una presentazione che lui ed io tenemmo presso la Design School di Dundee, in Scozia. Una studentessa – capelli rosso tiziano, occhi celesti, graziose microlentiggini sul volto candido – chiese a Vico come mai in Gran Bretagna esistessero molte scuole di design specializzate ma non esistesse il Design britannico, mentre in Italia si verificasse l’opposto. Vico rispose “because we Italian architects and designers we have studied Greek and Latin”. Dunque: il design italiano è figlio della cultura umanistica, anzi, dell’umanesimo.

Oggi il Consorzio POLIDESIGN della Scuola del Design del Politecnico di Milano offre Corsi di Alta
Formazione e Master, i cui elenchi Vi sto mostrando. ( allegato 1 )

Il sistema dell’arredo

E’ articolato in cinque soggetti, con pesi diversi

A) l’artigianato. Se mi domandaste se il design italiano esisterebbe senza che l’artigianato fosse stato e continui ad esistere. Vi risponderei di no.
La ralizzazione dei prototipi, almeno prima dell’arrivo del 3D, richiede competenze e sensibilità tipiche dell’artigiano, che possiede anche conoscenze trasversali dei materiali e
delle loro presazioni.
B) l’imprenditore: ve ne ho già parlato
C) soprattutto nella fase iniziale del fenomeno, commercianti sensibili, pionieri, orgogliosi del loro mestiere e desiderosi di educare il gusto dei propri clienti
D) la stampa di settore
E) il Salone del Mobile

per descrivere il Salone, vi leggo le Linee Guida ( allegato 2) che definimmo nel 2001,in uno scambio di idee che, essendone vicepresidente in quanto presidente di FederlegnoArredo, insieme con il presidente del COSMIT Rosario Messina e l’amministratore delegato Manlio Armellini: un decalogo applicabile anche ad altre fiere che ospitano prodotti ricchi di valori immateriali.

Nel 2000, insieme con Alberto Seassaro, il Preside della appena nata Facoltà di Design, decidemmo di lanciare tra tutte le Scuole Superiori di Design del mondo, un tema da discutere durante il Salone dell’anno successivo (allegato 3), stimolando ad inviare paper che, selezionati, erano presentati in una giornata dedicata, preceduti da una tavola rotonda tra imprenditori ed esperti di quel tema. Era un modo per toccare le Linee Guida E), F), H)

Materiali

Parliamo ora del contributo dei materiali all’evoluzione del progetto.
Sul rapporto tra il designer ed il materiale che egli, insieme con l’azienda, sceglie per materializzare la sua idea, cito le parole di Gigi Sabatini, designer/ artista di oggetti in metalli preziosi che così parla della cosa che più ha amato, il suo lavoro “Alla materia mi avvicino in punta di piedi per non svegliarla bruscamente dal suo cosmico letargo, per sintonizzarmi sulle sue tacite tendenze. Poi comincio un timido colloquio per interpretarne i gusti, le inclinazioni, i desideri, per conoscere il suo modo di esprimersi, per parlarle senza violenza. Infine, con una tecnica fatta anche di rispetto e amore alla sua natura, faccio con essa quello che vorrebbe fosse fatto. Così nascono le nostre cose. Si, ho detto nostre. Perché sono mie soltanto a metà. L’altra metà appartiene alla natura della materia, con cui ho ormai stabilito una corrispondenza di sentimenti, di affetto”

Ma, da altro punto di vista, l’azienda ed il designer devono oggi tener conto, nella scelta dei materiali e dei processi, possibili grazie alle nuove tecnologie, di criteri quali la eco-sostenibilità ed il risparmio energetico. Il designer dovrà arricchire la propria conoscenza, direi la propria sensibilità, circa le caratteristiche prestazionali dei diversi materiali disponibili, cogliendone la loro fruibilità psicosensoriale, e, soprattutto, dei criteri su cui fonda l’Economia Circolare.

Economia Circolare

Permettetemi di dedicare qualche minuto a questo concetto.

Prendo le mosse dal tema che Paola Antonelli ha suggerito per la XXII Triennale:

“Il 2 agosto 2017 è stato l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità ha consumato la quota annuale di risorse naturali rinnovabili del pianeta e ha raggiunto la sua massima capacità di assorbimento di CO2.

L’Overshoot Day non si è mai verificato così in anticipo da quando è stato identificato per la prima volta negli anni Settanta. Indica un segnale di allarme ricorrente, che ricorrentemente trascuriamo. Il nostro rapporto con la natura è fatto da una miriade di legami diversi e l’Overshoot Day suggerisce che alcuni di questi legami possano essere stati troncati in maniera irreversibile e irreparabile.

Per tentare di restaurarli, laddove possibile, dobbiamo passare a una modalità di riparazione e guardare al nostro rapporto con la natura in un modo nuovo. Broken Nature ci induce a cambiare il nostro modo di pensare all’ambiente – trattando in modo interconnesso la vita umana e animale a ogni livello, il mondo industriale e quello naturale, i sistemi economi e politici alla stregua degli ecosistemi naturali – superando l’atteggiamento di semplice rispetto e di ansia ipocrita, per indirizzarsi invece verso un senso di riconoscenza costruttivo.

La XXII Triennale definirà l’idea di un design “restaurativo”, raccogliendo esempi recenti e più antichi, da campi diversi e con diverse applicazioni, con lo scopo di istituire un nuovo ambito di ricerca e di azione.”

In questo quadro, dobbiamo essere consapevoli che l’economia lineare ‘produci, consuma, butta’ non é più sostenibile e va quindi sostituita con l’economia circolare ‘produci, consuma, recupera’ , un cambiamento radicale di prospettiva.

Vi mostro un libro, forse il primo libro che affronta in modo sistematico il tema del rapporto tra Neomateriali ed Economia Circolare, redatto da due miei colleghi di Material Connexion.

Questo rappresenta una occasione formidabile per il design italiano, che può contare sull’umanesimo presente nel proprio DNA, e della propria capacità di sviluppare prodotti innovativi attenti alla green economy, così concorrendo alla costruzione di una nuova grammatica estetica, ed a modulare l’Antropocene, l’era geologica nata con la rivoluzione industriale – l’industry 1.0 – verso un’economia sempre più orientata alla circolarità.

E questa sensibilità ha già degli interessanti esempi, che mi è gradito mostrarVi ( allegato 3 )

Un altro esempio è SIEXPO, un progetto che la mia società ha costruito insieme con ReMade in Italy, società a partecipazione pubblica che promuove a livello nazionale ed internazionale, i prodotti ecosostenibili del “made in Italy” e derivanti dal riciclo.

SIEXPO, Sostenibilità e Innovazione per EXPO 2015, ha costruito un catalogo di circa 450 prodotti e materiali conformi ai criteri di sostenibilità ambientale, suggeriti per la costruzione, l’attrezzaggio e l’arredamento dei padiglioni dell’EXPO 2015 destinati ad essere distrutti alla fine dell’evento.

Consentitemi una autocitazione laudatoria: nel 1997 avevo organizzato, ospitata nella Triennale di Milano, una mostra di prodotti fatti con materiali di riciclo, versione italiana della mostra realizzata a Miami nel 1995 dall’Arango Design Foundation, del cui Consiglio Direttivo ero membro. Ecco l’immagine della copertina del catalogo (allegato 4)

Design for All

Un’altra dimensione delle responsabilità che chi progetta prodotti o servizi riguarda l’attenzione alle diversità degli utilizzatori di quei prodotti e di quei servizi: mi riferisco al Design for All, di cui annoto una breve descrizione:

“Il DfA è una metodologia progettuale inclusiva basata su un approccio sistemico e olistico, necessariamente multidisciplinare; esso è partito dall’analisi della disabilità, per poi gestire le esigenze di tutti e promuovere gli interventi per adeguare l’ambiente a tutti.

E’ uno strumento per l’integrazione sociale, che parte dall’affermazione, anzi dalla constatazione, che la diversità umana è una risorsa utile e approda di conseguenza nel progettare manufatti e ambienti con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita degli individui valorizzando le loro specificità.

In altri termini, lo scopo del Design for All è offrire a tutti pari opportunità di partecipazione in ogni aspetto della vita sociale. Per realizzare questo scopo, l´ambiente costruito, gli oggetti quotidiani, i servizi, la cultura e le informazioni, in breve ogni cosa progettata e realizzata da persone perché altre la utilizzino, deve essere accessibile, comoda da usare per ognuno e capace di rispondere alle diverse abilità ed esigenze.”

Industria 4.0

Entro nel merito, con una domanda a cui non sappiamo – dare ancora risposta: come il design e conseguentemente il mestiere di designer cambierà a causa di Industria 4.0, la rivoluzione digitale che attraverserà tutti i campi del sapere e del fare, e del modo in cui le aziende produrranno i loro prodotti attraverso crescente integrazione di sistemi cyber-fisici, e in reti interattive ? i consumatori, a loro volta, come godranno dell’Internet delle cose, il c.d. Internet of things ?
E, più in generale, come sarà il mondo, quando la Geografia sarà totalmente sostituita dalla Connectografìa, secondo la lungimirante visione di Parag Khanna, docente alla National University di Singapore, la cui copertina del recente libro qui vi mostro.

IHSI, Dubai

Concludo, traferendovi il mio lieve turbamento che ho provato partecipando, a Dubai, nel Gennaio di quest’anno all’Internationai Conference on Intelligent Human Systems Integration: Integrating People and Intelligent Systems: tre intensi giorni in cui i circa 200 delegati hanno presentato e discusso approcci, strumenti di progettazione, metodologie, tecniche e soluzioni innovative per l’integrazione di persone, automazione e tecnologie intelligenti, e sistemi cognitivi artificiali in tutte le aree dell’attività umana.

Attraverso l’adozione di un approccio alla progettazione ibrido, che utilizza e amplia l’attuale sapere sul design human-centered e sui sistemi intelligenti supportati da software e ingegnerizzazione cognitivi, sono state presentate analisi delle tecnologie generative di intelligenze artificiali, simulazioni socioeconomiche su larga scala e visualizzazione al computer di nuova generazione.

A chi è interessato posso fornire il link per gli atti.

Si, il mondo di domani sarà diverso da quello di oggi.

Ma diverso come ?…

Rodrigo Rodriquez
Venarìa Reale, 21 Marzo 2018

 

 

2018 – CHICAGO

Italian Design Day – A Success Story
Chicago 26 Febbraio 2018

 

Intervento Rodrigo Rodriquez 2018 a Chicago, Illinois Institute of Technology,

 

Italian Design: A success Story

 

Come e perché è nato il design italiano

Alla fine della guerra l’Italia era un paese semidistrutto, e la gente voleva dimenticare il recente passato e collocarsi in una nuova prospettiva.
Si verificò la contemporanea presenza di tre fattori:
A) il desiderio di novità degli italiani, la presenza di alcuni capaci imprenditori che avevano compreso l’esistenza di un mercato potenziale per nuovi prodotti
B) la presenza architetti di talento che, in mancanza dei soldi necessari per realizzare edifici, si concentrarono sulla progettazione di oggetti.
C) solido tessuto di competenze artigianali
D) Inoltre, la presenza nel nostro patrimonio genetico del DNA di Leonardo da Vinci, il più grande designer di tutti i tempi, ed il fatto che le molte invasioni subite nel corso dei secoli avevano fatto dell’Italia un paese multiculturale e multirazziale, ed è anche per questo che il design italiano, così come la pizza, viene accettato ovunque, in tutti i mercati.

 

Il mercato USA

Un mercato che, ovviamente, si è rivelato da subito molto promettente per l’arredamento italiano sono stati gli Stati Uniti, sia per prodotti di design, sia non innovativi.

In quel mercato entrammo … dall’alto: up – down, per dirla all’americana, con un evento che segnò il lancio del design italiano nel mondo, puntando i riflettori su una nuova generazione di progettisti: Mario Bellini, Joe Colombo, Gae Aulenti, Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Alberto Rosselli, Marco Zanuso e Richard Sapper, Archizoom, Superstudio, Ugo La Pietra,

Tutto iniziò quando il MoMA incaricò l’argentino Emilio Ambasz di venire in Italia e scegliere prodotti e designer più significativi per presentarli nella grande mostra “Italy, the new domestic landscape”, inaugurata nel Settembre del 1972.

Qualche anno dopo egli scrisse: “Il design italiano è strutturalmente ambivalente: in esso convivono conformismo e riformismo; voglia di essere integrante parte del sistema o proporsi come ad esso alternativo; tuttavia proiettato a migliorare la qualità degli schemi consolidati, dedicando grande attenzione a come differenti materiali possano essere armoniosamente giustapposti e abilmente combinati, a come i diversi elementi componenti di un oggetto siano ciascuno ben costruito e tutti sapientemente collegati, a come la qualità dei colori, dei disegni e della connotazione psicosensoriale delle superfici sia sapientemente accentuata.”

Nel 2002, essendo io Presidente di FederlegnoArredo, chiesi a Emilio Ambasz se avrebbe accettato di partecipare, in qualità di relatore d’onore, a un seminario, organizzato a New York durante gli eventi di Abitare Italia, sia per ricordare il 30° anniversario della mostra al MoMA, che per ragionare su se e come questo evento, avesse influenzato il design degli Stati Uniti. Tra le opinioni emerse dal dibattito, prevalente fu quella secondo la quale furono soprattutto le Scuole di Design ad avere ricevuto vantaggi e impulsi da quella mostra.

 

Il design italiano: interazione tra designer ed imprenditore

Un aspetto che mi preme, anche per interesse … personale, mettere in luce è il fondamentale ruolo svolto dall’imprenditore nel processo che parte dalla creatività del progettista.

L’imprenditore sensibile ai weak signals provenienti dal segmento di mercato cui la sua azienda si rivolge, mette a disposizione dell’idea innovativa proposta dal designer, le strutture e il know how della propria azienda, mediante quattro passaggi:
A) la creazione del prototipo, o, meglio, la prima materializzazione dell’idea, che si avvale della abilità e delle competenze degli artigiani prototipisti: sintesi tra cervello, cuore e mani
B) l’ ingegnerizzazione, che mette a punto il processo sfruttando la capacità produttiva e le strutture dell’azienda,
C) la fabbricazione,
D) la commercializzazione,
E) la comunicazione. Ed il contenuto innovativo dell’idea originale deve trasmettersi con continuità da uno stadio all’altro: questa è la qualità totale italiana: “the Italian Total Quality

Avete notato quanti designer stranieri vengono a lavorare in Italia? Ciò non avviene per caso e illustra l’importanza dell’interazione fra il designer e l’imprenditore nella creazione di nuovi prodotti. I designer trovano in Italia ciò che non trovano nel proprio paese.

In molti Paesi ci sono promettenti designer ed eccellenti scuole, ma mancano aziende disposte a rischiare e capaci di cogliere la presenza del talento. A chi gli chiedeva perché lavorasse sempre in Italia, Philippe Starck rispose un giorno: “Perché sono un designer italiano nato per caso in Francia”.

 

Le Scuole di Design in Italia

La prima Facoltà Universitaria del Design fu costituita dal Politecnico di Milano nel 2000; in precedenza esisteva praticamente soltanto la ben nota Domus Academy, fondata nel 1982 dalla lungimirante famiglia Mazzocchi.

Come dunque ha potuto fiorire il design italiano sin dagli anni ’50 ?

Una convincente risposta alla domanda la dette Vico Magistretti, durante una presentazione che lui ed io tenemmo presso la Design School di Dundee, in Scozia. Una studentessa – capelli rosso tiziano, occhi celesti, graziose microlentiggini sul volto candido – chiese a Vico come mai in Gran Bretagna esistessero molte scuole di design specializzate ma non esistesse il Design britannico, mentre in Italia si verificasse l’opposto. Vico rispose “because we Italian architects and designers we have studied Greek and Latin”. Dunque: il design italiano è figlio della cultura umanistica, anzi, dell’umanesimo.

Oggi il Consorzio POLIDESIGN della Scuola del Design del Politecnico di Milano offre Corsi di Alta Formazione e Master, i cui elenchi Vi sto mostrando. ( allegato 1 )

 

Il sistema italiano dell’arredo

E’ articolato in cinque soggetti, con pesi diversi

  1. l’artigianato. Se mi domandaste se il design italiano esisterebbe senza che l’artigianato fosse stato e continui ad esistere. Vi risponderei di no.
    La realizzazione dei prototipi, almeno prima dell’arrivo del 3D, richiede competenze e sensibilità tipiche dell’artigiano, che possiede anche conoscenze trasversali dei materiali e delle loro prestazioni.
  2. l’imprenditore: ve ne ho già parlato
  3. soprattutto nella fase iniziale del fenomeno, commercianti sensibili, pionieri, orgogliosi del loro mestiere e desiderosi di educare il gusto dei propri clienti
  4. la stampa di settore
  5. il Salone del Mobile

per descrivere l’identità del Salone, vi leggo le Linee Guida ( allegato 2) che definimmo nel 2001,in uno scambio di idee che, essendone vicepresidente in quanto presidente di FederlegnoArredo, insieme con il presidente del COSMIT Rosario Messina e l’amministratore delegato Manlio Armellini: un decalogo applicabile anche ad altre fiere che ospitano prodotti ricchi di valori immateriali.

Nel 2000, insieme con Alberto Seassaro, il Preside della appena nata Facoltà di Design, decidemmo di lanciare tra tutte le Scuole Superiori di Design del mondo, un tema da discutere durante il Salone dell’anno successivo (allegato  3), stimolando ad inviare paper che, selezionati, erano presentati in una giornata dedicata, preceduti da una tavola rotonda tra imprenditori ed esperti di quel tema. Era un modo per toccare le Linee Guida E), F), H)

 

Materiali

Parliamo ora del contributo dei materiali all’evoluzione del progetto.

Sul rapporto tra il designer ed il materiale che egli, insieme con l’azienda, sceglie per materializzare la sua idea, cito le parole di Gigi Sabatini, designer/ artista di oggetti in metalli preziosi che così parla della cosa che più ha amato, il suo lavoro “Alla materia mi avvicino in punta di piedi per non svegliarla bruscamente dal suo cosmico letargo, per sintonizzarmi sulle sue tacite tendenze. Poi comincio un timido colloquio per interpretarne i gusti, le inclinazioni, i desideri, per conoscere il suo modo di esprimersi, per parlarle senza violenza. Infine, con una tecnica fatta anche di rispetto e amore alla sua natura, faccio con essa quello che vorrebbe fosse fatto. Così nascono le nostre cose. Si, ho detto nostre. Perché sono mie soltanto a metà. L’altra metà appartiene alla natura della materia, con cui ho ormai stabilito una corrispondenza di sentimenti, di affetto”

Ma, da altro punto di vista, l’azienda ed il designer devono oggi tener conto, nella scelta dei materiali e dei processi, possibili grazie alle nuove tecnologie, di criteri quali la eco-sostenibilità ed il risparmio energetico. Il designer dovrà arricchire la propria conoscenza, direi la propria sensibilità, circa le caratteristiche prestazionali dei diversi materiali disponibili, cogliendone la loro fruibilità psicosensoriale, e, soprattutto, dei criteri su cui fonda l’Economia Circolare.

 

Economia Circolare

Permettetemi di dedicare qualche minuto a questo concetto.

Prendo le mosse dal tema che Paola Antonelli ha suggerito per la XXII Triennale:

“Il 2 agosto 2017 è stato l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità ha consumato la quota annuale di risorse naturali rinnovabili del pianeta e ha raggiunto la sua massima capacità di assorbimento di CO2.

L’Overshoot Day non si è mai verificato così in anticipo da quando è stato identificato per la prima volta negli anni Settanta. Indica un segnale di allarme ricorrente, che ricorrentemente trascuriamo. Il nostro rapporto con la natura è fatto da una miriade di legami diversi e l’Overshoot Day suggerisce che alcuni di questi legami possano essere stati troncati in maniera irreversibile e irreparabile.

Per tentare di restaurarli, laddove possibile, dobbiamo passare a una modalità di riparazione e guardare al nostro rapporto con la natura in un modo nuovo. Broken Nature ci induce a cambiare il nostro modo di pensare all’ambiente – trattando in modo interconnesso la vita umana e animale a ogni livello, il mondo industriale e quello naturale, i sistemi economi e politici alla stregua degli ecosistemi naturali – superando l’atteggiamento di semplice rispetto e di ansia ipocrita, per indirizzarsi invece verso un senso di riconoscenza costruttivo.

La XXII Triennale definirà l’idea di un design “restaurativo”, raccogliendo esempi recenti e più antichi, da campi diversi e con diverse applicazioni, con lo scopo di istituire un nuovo ambito di ricerca e di azione.”

In questo quadro, dobbiamo essere consapevoli che l’economia lineare ‘produci, consuma, butta’ non é più sostenibile e va quindi sostituita con l’economia circolare ‘produci, consuma, recupera’ , un cambiamento radicale di prospettiva.

Vi mostro un libro, forse il primo libro che affronta in modo sistematico il tema del rapporto tra Neomateriali ed Economia Circolare, redatto da due miei colleghi di Material Connexion.

Questo rappresenta una occasione formidabile per il design italiano, che può contare sull’umanesimo presente nel proprio DNA, e della propria capacità di sviluppare prodotti innovativi attenti alla green economy, così concorrendo alla costruzione di una nuova grammatica estetica, ed a modulare l’Antropocene, l’era geologica nata con la rivoluzione industriale – l’industry 1.0 – verso un’economia sempre più orientata alla circolarità.

E questa sensibilità ha già degli interessanti esempi, che mi è gradito mostrarVi ( allegato 3 )

Un altro esempio è SIEXPO, un progetto che la mia società ha costruito insieme con ReMade in Italy, società a partecipazione pubblica che promuove a livello nazionale ed internazionale, i prodotti ecosostenibili del “made in Italy” e derivanti dal riciclo.

SIEXPO, Sostenibilità e Innovazione per EXPO 2015, ha costruito un catalogo di circa 450 prodotti e materiali conformi ai criteri di sostenibilità ambientale, suggeriti per la costruzione, l’attrezzaggio e l’arredamento dei padiglioni dell’EXPO 2015 destinati ad essere distrutti alla fine dell’evento.

Consentitemi una autocitazione laudatoria: nel 1997 avevo organizzato, ospitata nella Triennale di Milano, una mostra di prodotti fatti con materiali di riciclo, versione italiana della mostra realizzata a Miami nel 1995 dall’Arango Design Foundation, del cui Consiglio Direttivo ero membro. Ecco l’immagine della copertina del catalogo (allegato 4)

 

Design for All

Un’altra dimensione delle responsabilità che chi progetta prodotti o servizi riguarda l’attenzione alle diversità degli utilizzatori di quei prodotti e di quei servizi: mi riferisco al Design for All, di cui annoto una breve descrizione:

“Il DfA è una metodologia progettuale inclusiva basata su un approccio sistemico e olistico, necessariamente multidisciplinare; esso è partito dall’analisi della disabilità, per poi gestire le esigenze di tutti e promuovere gli interventi per adeguare l’ambiente a tutti.

E’ uno strumento per l’integrazione sociale, che parte dall’affermazione, anzi dalla constatazione, che la diversità umana è una risorsa utile e approda di conseguenza nel progettare manufatti e ambienti con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita degli individui valorizzando le loro specificità.

In altri termini, lo scopo del Design for All è offrire a tutti pari opportunità di partecipazione in ogni aspetto della vita sociale. Per realizzare questo scopo, l´ambiente costruito, gli oggetti quotidiani, i servizi, la cultura e le informazioni, in breve ogni cosa progettata e realizzata da persone perché altre la utilizzino, deve essere accessibile, comoda da usare per ognuno e capace di rispondere alle diverse abilità ed esigenze.”
Industria 4.0

Entro nel merito, con una domanda a cui non sappiamo – dare ancora risposta: come il design e conseguentemente il mestiere di designer cambierà a causa di Industria 4.0, la rivoluzione digitale che attraverserà tutti i campi del sapere e del fare, e del modo in cui le aziende produrranno i loro prodotti attraverso crescente integrazione di sistemi cyber-fisici, e in reti interattive ? i consumatori, a loro volta, come godranno dell’Internet delle cose, il c.d. Internet of things ?
E, più in generale, come sarà il mondo, quando la Geografia sarà totalmente sostituita dalla Connectografìa, secondo la lungimirante visione di Parag Khanna, docente alla National University di Singapore, la cui copertina del recente libro qui vi mostro.

 

IHSI, Dubai

Concludo, traferendovi il mio lieve turbamento che ho provato partecipando, a Dubai, nel Gennaio di quest’anno all’Internationai Conference on Intelligent Human Systems Integration: Integrating People and Intelligent Systems: tre intensi giorni in cui i circa 200 delegati hanno presentato e discusso approcci, strumenti di progettazione, metodologie, tecniche e soluzioni innovative per l’integrazione di persone, automazione e tecnologie intelligenti, e sistemi cognitivi artificiali in tutte le aree dell’attività umana.

Attraverso l’adozione di un approccio alla progettazione ibrido, che utilizza e amplia l’attuale sapere sul design human-centered e sui sistemi intelligenti supportati da software e ingegnerizzazione cognitivi, sono state presentate analisi delle tecnologie generative di intelligenze artificiali, simulazioni socioeconomiche su larga scala e visualizzazione al computer di nuova generazione.

A chi è interessato posso fornire il link per gli atti.

Si, il mondo di domani sarà diverso da quello di oggi.

Ma diverso come ?…

Rodrigo Rodriquez

2017 – Roma

EAD Conference  DESIGN FOR NEXT

ROMA,14 Aprile 2017

 Il designer e Industria 4.0                                                                                     

Mi si permetta, prima di entrare in argomento, una notazione emotivo/biografica.
Da romano emigrato tanti anni fa a Milano, m’ero abituato a considerare Milano punto di riferimento per l’innovazione, e Roma per altre virtù.
Essere, e per me è un piacere, chiamato a dare un contributo a Lazio Innova, mi turba e mi gratifica.    Ringrazio dunque per l’invito, ed esprimo il mio apprezzamento per i Vostri ambiziosi, opportuni obbiettivi

Industria 4.0: entro nel merito, con una domanda a cui non sappiamo  – posso usare il plurale, amici italiani e non ? – dare ancora risposta: come il mestiere di designer cambierà  a causa di Industria 4.0, la rivoluzione digitale che attraverserà tutti i campi del sapere e del fare, e del modo in cui le aziende produrranno i loro prodotti attraverso crescente integrazione di sistemi cyber-fisici, e in reti interattive ? i consumatori, a loro volta,  come godranno dell’Internet delle cose Internet of things ?

E, visto che vedo tra Voi docenti che insegnano nelle Università design e discipline ad esso collegate, Vi domando rispettosamente se avete idee chiare su come formare la nuova generazione di designer che si inserirà nel nuovo contesto del download design, nella digital fabrication ?

Ed inoltre, cogliendo un altro emergente ingrediente del contesto in cui dovremo convivere, come la progettazione di beni di consumo durevoli potrà tener sempre più conto della fine del cicli di vita dei prodotti, poiché l’economia circolare sostituirà gradualmente l’economia lineare: non più “produci, consuma, butta”, ma “produci, consuma, recupera”.

Non sapere dare risposta a queste domande è tuttavia anche, per ciascuno di noi, un grande stimolo, ed un impegno a dare, ciascuno nel suo ruolo, un contributo a che questa quarta rivoluzione, presentata con l’aggettivo industriale al Governo Tedesco l’8 Aprile 2014 alla Fiera di Hannover,  porti verso un mondo migliore, visto che essa non modifica soltanto i processi produttivi, ma coinvolge i consumatori, noi, dunque.

Ma dobbiamo essere ottimisti, e cogliere, dei fenomeni cui assisteremo, il loro contributo a farci vivere un’epoca interessante.

Nel primo dei  Discours de Suède, di Albert Camus, pubblicato da Gallimard dopo che egli ricevette il Premio Nobel, nel 1957, egli scrisse “C’era una volta ( cito a memoria ) un eremita che viveva in una capanna sui monti Himalaia – in une delle lingue dell’India significa la “dimora delle nevi”.:  tutta le mattine, appena sveglio, rivolgeva alla sua divinità la stessa preghiera: Ti prego, non farmi vivere in un’epoca interessante”.

Preghiamo, amici, preghiamo …

Rodrigo Rodriquez

2018 – Dubai

Intervento di Material ConneXion Italia a iHSI 2018
JW Marriott Marquis, Dubai, Emirati Arabi Uniti, 7-9 gennaio 2018

iHSI 2018 – International Conference on Intelligent Human Systems Integration: Integrating People and Intelligent Systems intende essere un forum globale di presentazione e discussione di approcci, strumenti di progettazione, metodologie, tecniche e soluzioni innovative per l’integrazione di persone, automazione e tecnologie intelligenti, e sistemi cognitivi artificiali in tutte le aree dell’attività umana: industria, economia, governo ed educazione, energia, trasporti, urbanizzazione e sviluppo delle infrastrutture, produzione digitale, sviluppo sociale, salute umana, sostenibilità, nuove generazioni di sistemi di servizi, oltre a sicurezza, assicurazione dai rischi e sicurezza informatica in contesti sia civili, sia militari.

Attraverso l’adozione di un approccio alla progettazione ibrido, che utilizza e amplia l’attuale sapere sul design human-centered e sui sistemi intelligenti supportati da software e ingegnerizzazione cognitivi, analisi dei dati intelligente, simulazioni socioeconomiche su larga scala e visualizzazione al computer di nuova generazione, iHSI 2018 Conference mira a determinare degli avanzamenti concreti in termini di teoria e applicazioni della collaborazione tra sistemi cognitivi artificiali e sistemi umano-artificiali.

Nel corso dei tre giorni di lavori sono stati presentati, tramite la lettura dei Paper accompagnati da immagini, automatismi per la soluzione di problemi complessi, sviluppo di tecniche di visualizzazione per facilitare l’apprendimento, rimozione delle difficoltà spesso associate all’impiego delle nuove tecnologie.
Nell’illustrare la vasta gamma dei sistemi di collaborazione offerti dai robot grazie all’applicazione dell’intelligenza artificiale, è stato anche dato spazio a robot progettati per dare conforto a malati di Alzeimer, erogatori di “compagnia senza repressione sociale”.
Volendo trovare un filo conduttore tra i molteplici e tra loro diversi contributi offerti dai circa 200 partecipanti, si può dire che l’orizzonte era costituito dall’attenzione a come le tecnologie presenti nell’era digitale aiutino a goderne i vantaggi senza che prevalgano le complessità di sistemi e interfacce impraticabili.
Attraverso un’attenta articolazione nelle cinque aree di approfondimento

iHSI 1: Esseri Umani e Sistemi Cognitivi Artificiali
iHSI 2: Intelligenza, Tecnologia e Automazione
iHSI 3: Modellizzazione e Simulazione Computazionale
iHSI 4: Esseri Umani e Complessità dei Sistemi Artificiali
iHSI 5: Materiali Intelligenti e Sistemi Umani Inclusivi

questo convegno interdisciplinare offrirà un’opportunità unica e concreta di investigare approfonditamente la pervasiva complessità alla base dei più profondi problemi che la società contemporanea si trova ad affrontare, per evincerne una visione costruttivamente avanguardistica.

Il Presidente di Material ConneXion Italia, Dott. Rodrigo Rodriquez, è membro dell’Advisory Board iHSI dell’area “Smart Materials and Inclusive Human Systems”

L’intervento Material ConneXion Italia

Il contributo di MCI a iHSI 2018 Conference verterà sul paper “Advanced materials empowering inclusive engineering design processes”. L’obbiettivo della ricerca svolta è identificare soluzioni materiali avanzate e intelligenti indicate per la progettazione di ambienti, sistemi, esperienze e prodotti secondo i criteri del design for all, una metodologia inclusiva in cui principi stabiliscono che prodotti e servizi dovrebbero essere concepiti e realizzati nel rispetto della diversità, sicuri, funzionali, salubri, comprensibili ed esteticamente validi.

Se gli smart material progettati per applicazioni specialistiche presentano l’abilità di rispondere a stimoli esterni, e di conseguenza modificare reversibilmente e ripetutamente le proprie funzioni e proprietà, adattandosi a un’ampia varietà di ambienti e utilizzi, un significativo numero di comuni tecnologie produttive e materiali ha dimostrato di essere insufficientemente performante, o possedere set di proprietà fisiche e tecniche inadeguate per l’ingegnerizzazione di oggetti, superfici e dispositivi su misura che tengano conto della diversità umana.

Funzionalità avanzate conferite a materiali, quali memoria di forma multiresponsiva, proprietà di scorrimento innovative, termo-intelligenza, oltre a opzioni di design di altissima precisione, sono caratteristiche offerte ad esempio da tecnomagneti, prodotti tessili programmabili e mescole e formulazioni personalizzabili, che potenziano la progettazione inclusiva migliorando concretamente l’accessibilità e l’usabilità di prodotti e sistemi destinati a utilizzi sia quotidiani, sia specifici. I contesti di utilizzo includono, tra gli altri, ambienti di lavoro e studio, spazi domestici e pubblici, opportunità di educazione e formazione, oltre ad accesso a viaggi, intrattenimento, arte e cultura.

Lo studio svolto intende suggerire che le soluzioni materiali di ultima generazione, tra le quali vi sono la nanofabbricazione e le tecnologie AM (additive manufacturing) avanzate, rappresentano strumenti di progettazione tecnologicamente all’avanguardia per la messa a punto e l’ingegnerizzazione di sistemi e ambienti intelligenti tarati sulla diversità umana. Il paper integrale sarà pubblicato dal gruppo editoriale Springer Science+Business Media, specializzato nell’edizione di riviste e opere scientifiche, tecnologiche e medicali.

www.ihsint.org
it.materialconnexion.com
www.springer.com

2017 – Sant Etienne

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Saint Etienne, foto

ITALIAN DESIGN DAY
Saint-Étienne, jeudi 2 Mars 2017
Conversation de Rodrigo Rodriquez, relue par Anna Cecilia Russo

C’est un grand honneur pour moi d’être assigné à Saint Étienne, ville de Design (UNESCO), siège de l’ESASDE et de la Biennale et donc, en relation avec nos fonctions, paradigme du Design français.

Salone del Mobile, Milano

Avant de me plonger dans mon intervention, permettez-moi d’utiliser la vidéo que nous venons de regarder en tant que métaphore charmante du Salone del Mobile de Milan, afin d’extrapoler du petit chapitre consacré au
« Système du design de l’ameublement », le paragraphe que je lui avais consacré.
En tant que Président de FederlegnoArredo, la Fédération de la filière du bois – décoration d’intérieur, j’étais aussi le Vice-Président (Président adjoint) du Salone del Mobile. Je me souviens alors qu’un jour, à l’occasion d’une rencontre avec le Président Rosario Messina, et Manlio Armellini, qui avait fondé cette foire (exposition), et qui en était l’Amministratore Delegato (Directeur général), nous décidâmes de rédiger le « Décalogue du Salone del Mobile ». Le voici :

Pour les exposants, ainsi que pour les visiteurs, une foire (une exposition) n’est pas seulement un événement commercial ou une rencontre entre la demande et l’offre. Elle est aussi :

Une comparaison parmi les produits, donc une sollicitation à la compétition loyale

Une présentation de l’identité de l’entreprise, grâce aux (belles) architectures éphémères des stands

Une vente, surtout pour les petites entreprises, jusqu’au 60% de la chiffre d’affaires annuel

Un échange d’expériences parmi les exploitants du secteur

La perception des megatrends qui influenceront la demande future

Une réponse à l’exigence, de plus en plus perçue, d’informations concernant le secteur et ses dynamiques, donc l’importance croissante des séminaires, des congrès, des workshop (ateliers de création)

Un répertoire des évènements collatéraux, même spectaculaires, sur des thèmes illustrant l’état de l’art du métier, ses racines, ses valeurs

Une vitrine de l’innovation visible grâce aux produits exposés

Une situation où les meilleurs espaces, le cas échéant, doivent être donnés aux entreprises « de design », puisque le design est la force motrice de l’ameublement italien

Je voulais vous le lire, parce que cette approche est valable pour toutes les foires – si d’autres foires jamais elles existent avec la même envergure de notre Salon – qui unissent le commerce aux valeurs immatérielles.

Il va sans dire que quelqu’une des ces initiatives est propre à notre métiers, donc pas à le réaliser par d’autres domaines.

Pour le design des produits de la décoration d’intérieurs , il me fait plaisir de mentionner les 9 édition du Colloque DESIGNING DESIGNERS, « Dessiner les Designer ».

Ce colloque avait été conçu par le Dean de la Faculté du Design de Milan, Alberto Seassaro, et moi meme, pour faire rencontrer et changer des expériences parmi le Professeurs de Design de plusieurs Ecoles Universitaire du monde entier, afin de promouvoir le Salone del Mobile de Milan, et, si faisant, et de ouligner le role de Milan en tant que capital mondial du design.

Pendant le matin, des experts et des entrepreneurs, discutaient sur le différentes thématique autour d’une table ronde.

Dans l’après midi, les Ecoles de design, et donc des professeurs et des étudiants, présentaient les projets qu’ils avaient envoyé auparavant et que le Comité Scientifique du Colloque avait choisi parmi les dizaines reçus.

Au cours des ans, deux professeurs ont succédés Alberto Seassaro : Luisa Collina et Francesco Scullica.

Je voudrais rappeler cette initiative en tant que bon exemple de collaboration entre l’école et l’industrie.

Pour ajouter l’information, voici les thèmes des différentes éditions :

2001 Stratégies de la formation professionnelle pour le troisième millénaire

2002 Design pour un monde locale-globale

2003 Ecoles de Design comme usines de la connaissance

2004 Le Design de l’hospitalité

2005 L’ évolution du Design à l’Est et à l’Occident

2006 Le Design des produits non griffés pour les nouveaux clients de l’Est et de l’Occident

2007 La lumière en tant que matière de l’Architecture

2008 Bureau et postes de travail pour les travailleurs de la connaissance

2009 Quel sera l’avenir de la lumière ?

Mais, quel est il le design ?

Si cela vous ne dérange pas, pourquoi ne pas commencer alors avec une définition du mot design : la 101ème ?

Le procès qui se déroule, ou si vous le préférez, jaillit d’une idée innovatrice proposée par, (ou bien demandée à) un designer, au service de laquelle la firme donne son savoir-faire, articulé en les étapes suivantes :

• le prototype, en tant que matérialisation d’une idée, qui permets d’en vérifier la faisabilité et la probabilité qu’une fois, à procès achevé, il sera un produit cohérent avec le segment de marché auquel la firme s’adresse
• la construction mécanique (l’engineering), c’est-à-dire la transposition de l’idée en dessins techniques.
• la production
• la commercialisation
• la communication, qui, quelles que soient les modalités, les instruments et les médias utilisés, doit assurer la correspondance avec l’idée de départ, sans réduire (limiter) le coefficient d’innovation.

Pourquoi e comment est né le design italien

Il est né parce qu’à la fin de la Seconde Guerre Mondiale – que nous avions perdue – notre pays était mi-détruit, et les gens désiraient oublier le passé récent, et se projeter vers l’avenir.

Heureusement, il y avait trois ressources disponibles :

Des entrepreneurs visionnaires, qui avaient décodé les potentialités d’un marché disponible à l’achat de biens de consommation, y compris l’univers de la décoration, qui pouvait contribuer à embellir et à créer des nouvelles ambiances

Des architectes engagés et capables de concentrer leur talent dans la création d’objets destinés à redessiner le « beau quotidien »

Les traces de l’ADN du designer le plus célèbre de tous les temps, Léonard de Vinci, dans notre patrimoine génétique, jointes à la volonté de valoriser la diversité. Au cours des siècles, l’Italie a été envahie par les armées de plusieurs pays, et, en même temps, cela l’a formée en tant que pays multiculturel et multiracial. Ces prémisses ont donc déterminé la diffusion du design italien dans tous les marchés du monde, de la même manière que la pizza…

La caractéristique fondamentale du design italien

Le secret est surtout à retracer dans l’entreprise italienne, ou dans la capacité de l’entrepreneur italien de parler la langue du designer : ce n’est pas par hasard que les designers étrangers travaillent volontiers en Italie, parce que chez nous les potentialités de leur talent sont comprises et valorisées mieux que dans leurs pays.

Mon ami Philippe Starck, voudra bien m’excuser si je rappelle la réponse qu’il a donné, il y a plusieurs années, à une journaliste américaine, lors d’une conférence de presse à l’occasion de la présence italienne à une foire de décoration d’intérieur à New York, à laquelle moi aussi j’ai participé.
Elle a demandé : « Mister Starck why do you work so much with Italian companies, and so little in France? ».
« Parce que je suis un designer italien qui, par hasard, est né en France », a répondu Philippe.
Très clair et formidable, n’est-ce-pas ?

Le système du design dans l’ameublement

A) L’artisanat. Si vous me demandiez si le design italien existerait même sans l’artisanat italien, je vous répondrais que non. La réalisation du prototype, dont je parlais auparavant, au moins avant l’existence du 3D, demandait des compétences et une sensibilité artisanale, pas si commune, de même qu’une connaissance horizontale des matériaux et de leur réactivité.

B) Les entrepreneurs : je les ai déjà mentionnés

C) Des commerçants sensibles, désireux de fournir leurs magazines avec une image de pionnier, orgueilleux de leur métier et, en même temps, d’éduquer leurs clients – je me réfère préalablement à l’ameublement de design – à travers leurs capacités commerciales, expliquant les valeurs intangibles et motivant le prix…

D) La presse du secteur, qui a joué un rôle fondamental, afin de diffuser le design et la décoration d’intérieur, communiquant aux clients potentiels des critères pour discerner le bon design.
Et, permettez-moi une digression légitime, puisque le même s’est passé en France : dans un entretien avec M. Henri Griffon, le Président de l’UNIFA – que je rappelle avec estime et amitié – e M. Gérard Laizé, DG de VIA il y a 3 lustres, ce deuxième disait « La France est le premier consommateur du monde de magazines de déco parce qu’il n’existe pas de vitrines, d’endroits où on montre les choses »

E) Les Écoles. Paradoxalement, jusqu’à l’année 2000, en Italie on n’avait pas de faculté universitaire publique de Design ; le premier cours de design, au sein de la Faculté d’Architecture, avait été fondé en 1993. Il y avait déjà la Domus Academy, créée par un entrepreneur visionnaire privé. J’ai dit paradoxalement. Ce n’est pas correct : il y avait une raison cachée (ou peu visible) pour justifier le succès du design italien dans les années ’70, même sans des Écoles universitaires.

Cette raison est à retracer dans la réponse donnée par Vico Magistretti vers 1980 à une étudiante de la Dundee Design School en Ecosse.
J’étais avec lui, quand, à la fin de la présentation de ses projets, une jeune fille, aux beaux cheveux rouge-titien, aux yeux bleu clairs et aux délicieux taches de rousseur, demande : « Monsieur Magistretti, may I put a question ? » « Bien sûr, ma jeune amie » Vico répond. Et elle « Why in the UK we have many and well equipped design schools, but we have no British design, and in Italy, where you say there are no design schools, you have the Italian design ? »
«Parce que en Italie we study Greek and Latin ».

D’où la nature humanistique du design italien.

Le futur du design italien (L’avenir du design italien)

L’un de cadeaux que le temps à venir donne à l’humanité est celui d’être inconnu, et de donner, quand il arrive, le plaisir de la surprise …
Toutefois, pour le design, et non seulement pour le design italien – qui, joue, jusqu’à quand ? … le rôle d’ouvre-piste – on peut percevoir de weak signals, des signaux faibles, ou, si vous préférez, des tendances, parmi deux sont les plus importantes.

La première est que dans les années de décollage du design de produit, le designer proposait une idée-expression de son talent, de sa curiosité, de sa poétique, qu’incorporait un fort coefficient d’innovation.
Aujourd’hui, le barycentre du procès (le design comme procès, vous vous rappelez de ma définition ?) est l’orientation au consommateur, ce que dans le « Discussion paper » élaboré il y a 5 ans par l’Unité 2 de la DG Entreprise de l’UE, était défini User-Driven Innovation ou Demand-Driven Innovation. (Est-ce-qu’on est encore légitimé à utiliser l’anglais, au dépit de la Brexit ?). Donc, avec attention à ce que le marché désire, même s’il en est pas conscient.
La deuxième, qui me touche personnellement parce que l’une de mes fonctions est la présidence de Material Connexion Italia, est la croissante attention aux matériaux qu’incorporent innovation et procès de production, aussi bien que l’éco-durabilité, l’économie d’énergie et tout ce qui se rapporte à l’Economie Circulaire.

Pour ce qui concerne les matériaux, il me fait plaisir de remarquer que dans la Matériothèque de Material Connexion sont disponibles et catalogués 7.000 matériaux, classifiés d’après leur composition :

* polymères
* matériaux naturels
* dérivé des matériaux naturels
* métaux
* céramiques
* verres
* carbone
* ciments
* procès

Il faut aussi tenir compte que chaque matériel a son langage, qui offre ses fruitions psychosensorielles.

Mes expériences françaises

Dans les année ’70 – beaucoup de vous n’étaient pas encore nés : ce n’est pas un reproche … – j’ai eu le plaisir d’entrer dans le marché français avec les collections de Cassina, grâce aussi à Jacques Hazan, un visionnaire pied-noir qui avait conçu une des premières chaines de Franchise, Formes Nouvelles.
C’était le temps où M. Georges Filioud, Ministre de la Communication avait déclaré que le mot design devait être substitué par un mot français. Les téléspectateurs de l’émission Télé magazine avaient été invités par le Conseil international de la langue française à proposer un substitut français au mot design. Quatre cents solutions furent effectivement proposées. Mais, apparemment, aucune ne parait satisfaisante.

Permettez-moi de saisir l’occasion pour expliquer les critères qui sont à la base de la collection Cassina
«I Maestri », prenant l’exemple des meubles de Le Corbusier. J’ai utilisé le verbe reconstruire au lieu de rééditer afin de souligner qu’il ne s’agissait pas de copier servilement les produits, de la même façon qu’ils avaient été fabriqués à l’époque, mais d’examiner plutôt attentivement les croquis et les esquisses originaux et de les réaliser comme Le Corbusier l’aurait fait, s’il avait eu à disposition les matériaux e les technologies d’aujourd’hui.

Et cette opération si délicate, était le résultat d’un long dialogue entre Charlotte Perriand, qui avait développé les croquis de la LC et Filippo Allison, Professeur Emérite de Décoration à l’Université de Naples, notre consultant)

Donc, je disais…
À l’exception de cette difficulté linguistique, pas grave pour rentrer dans le marché avec des pièces de design bien conçus (entre parenthèses, Cassina avaient déjà reçu par la Fondation Le Corbusier et Charlotte Perriand, les droits de reconstruction des meubles LC), j’étais inquiet parce qu’un ami cultivé m’avait dit : « Rodrigo, arrête-toi : les Français ont bu Versailles, et ils ne l’ont pas encore digéré »
C’est avec fierté que je vous dis que Cassina a aidé les Français à digéré Versailles et d’autres styles, y compris Louis-Philippe, Louis XV, le Déco et d’autres encore.
La création en 1979 de l’École nationale supérieure de création industrielles (ENSCI-Les ateliers) et l’École Saint-Étienne dont nous goutons l’hospitalité, ont lancé le design français en tant que protagoniste de la culture du projet.

Donc, permettez-moi de joindre mon Consul General Alberto Bertoni dans le remerciement à la Cité du Design, aux autorités de la ville de Saint-Étienne, à la Chambre de Commerce Italienne à Lyon qui, en collaboration avec le Consulat Général et l’Institut Culturel Italien, m’ont permis d’utiliser (accepter ?) la tâche que mon Ministère des Affaires Etrangères m’avait donnée, pour réjouir du privilège de parler du design italien à Saint-Étienne, UNESCO Cité du Design et aussi de profiter, ce matin, de votre précieuse attention.

Rodrigo Rodriquez