Uno sguardo sul futuro – intervista budapest 2002

Intervista in relazione all’incontro di Luglio 2002 a Budapest sul tema relativo al dialogo sociale europeo

Il nostro settore è pioniere nel dialogo sociale in Europa

Insufficiente rilevanza è stata riservata dagli organi d’informazione all’incontro svoltosi a Budapest, nel mese di luglio dello scorso anno sul tema relativo al Dialogo Sociale Europeo.

Il 5 e il 6 luglio 2002, rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali nazionali del settore del legno, dell’Unione Europea e dei Paesi dell’allargamento, si sono incontrati con le controparti sindacali.

L’incontro, organizzato dall’UEA, la Federazione europea degli industriali dell’arredamento e dall’EFBWW, la federazione europea dei lavoratori del legno e delle costruzioni, è stato finanziato dalla Commissione Europea.

I lavori sono stati presieduti da Rodrigo Rodriquez, nella veste di presidente della Commissione Affari Sociali dell’UEA e da Massimo Trinci, nel ruolo di presidente della sezione arredamento dell’EFBWW.

I partecipanti hanno discusso l’impatto dell’allargamento a Est sulla competitività dell’industria del mobile e sulle differenti procedure di dialogo sociale.
Alla conclusione dell’incontro, tutti i partecipanti hanno firmato una dichiarazione congiunta sulla necessità di un’inclusione dei paesi dell’allargamento nel Dialogo Sociale Europeo.

I mesi sono passati e un primo gruppo di paesi dell’Europa orientale sono stati ammessi nella grande famiglia comunitaria, ma i temi che sono stati affrontati a Budapest non sono per questo meno attuali e importanti per il nostro settore.

I grandi temi dell’integrazione europea

Con due tra i protagonisti di quelle giornate, Rodrigo Rodriquez e Massimo Trinci, abbiamo cercato di approfondire questi argomenti.

“Uno dei temi che è necessario affrontare nell’itinerario che porterà all’integrazione nell’Unione Europea dei paesi PECO – ci dice Rodrigo Rodriquez – è che questi paesi conoscano quello che in eurolinguaggio è definito l’Acquis Communautaire, cioè l’insieme delle norme, dei valori sociali e politici su cui si fonda l’Unione Europea: detto con linguaggio un po’ dissacrante, le regole del gioco. Il dialogo sociale tra rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro è uno degli elementi dell’Acquis Communautaire. Rischia anzi di essere uno dei più sensibili, tanto più che i PECO escono da un lungo periodo di economia pianificata in cui il rapporto tra lavoratori e datori di lavoro era diverso rispetto a quello corrente negli altri paesi d’Europa. Era ispirato, coerentemente alle regole del sistema allora vigente, a un’ipotesi di non conflittualità, mentre nelle economie occidentali il rapporto tra sindacati e associazioni che rappresentano gli imprenditori è fondato sulla consapevolezza che esiste una contrapposizioni di interessi, contrapposizione che i contratti collettivi e il dialogo continuo tra le parti devono portare a un livello di pacificazione dinamica”.

Questo tema ha particolare rilievo per il nostro settore?

Il settore dell’arredamento è molto esposto alla dialettica sociale dal momento che è ad alto contenuto di mano d’opera ed è caratterizzato, soprattutto in Italia ma anche in altri paesi, dalla presenza di molte piccole imprese. È dunque quasi paradigmatico in questo campo. Noi – intendo l’UEA, Union Européenne de l’Ameublement e il nostro interlocutore sindacale, la EFBWW, European Furniture and Building Workers – siamo così stati richiesti dalla Commissione Europea di incontrare i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro dei PECO per avviare un’informazione reciproca e avviare una riflessione sul dialogo sociale. Da qui è nata la riunione all’inizio di luglio che ha permesso di concretizzare dal punto di vista formale questo incontro, mentre da un punto di vista sostanziale ha permesso di prendere coscienza delle elevate potenzialità latenti in termini di dialogo sociale nella elaborazione comune di un’utopia plausibile.

Diciamo che la strada da percorrere è molto lunga: bisognerà prima di tutto arrivare al punto in cui la contrapposizione degli interessi tra datori di lavoro e lavoratori sia oggetto di negoziazione. Oggi non è così.

Va preliminarmente sottolineato che esistono delle realtà molto diverse tra loro, poiché talvolta da parte della stampa non specializzata si parla dei paesi PECO come se si trattasse di una realtà non differenziata. Non è così: per quanto riguarda l’argomento di cui stiamo parlando c’è una distanza notevole tra un paese e l’altro, derivante da ragioni storiche, culturali, dal modo in cui si sono andati coagulando via via sul versante degli imprenditori e dei lavoratori diversi interessi.

Come continua a svilupparsi questo progetto?

Contiamo di proseguire sulla strada iniziata: assieme ai sindacati abbiamo chiesto alla Commissione Europea di incontrare o singoli paesi o gruppi di paesi omogenei in modo di entrare più a fondo in quelli che erano stati i termini generali di questa riunione e comprendere quanta autentica disponibilità ed interesse ci sia a che il dialogo sociale in questo settore possa crescere nei diversi paesi
L’idea che fin dall’inizio abbiamo fatto passare è che, se non c’è un minimo di dialogo, si rischia in un futuro non lontano di creare un clima di forte reciproca incomprensione. Oggi i prestatori di lavoro nei paesi dell’Europa Orientale sono deboli, domani potrebbero invece essere più forti e quindi anche i datori di lavoro hanno interesse a che siano impostate delle regole coerenti di dialogo tra le parti.

Mi sembra che su questo svolgimento già di per sé problematico si inserisca il tema della de-localizzazione: quanto pesa in questo contesto?

Si delocalizza verso i Paesi dove è disponibile mano d’opera a costi inferiori: da questo punto di vista, produrre nei PECO permette all’industria del mobile europea di difendersi dalla crescente severa concorrenza dei Paesi Asiatici.
D’altra parte, i bassi salari mantengono bassi gli standard di vita: e ciò, oltre ad essere socialmente riprovevole, impedisce la crescita della capacità di acquisto di beni di consumo durevoli, come sono i prodotti per l’arredamento.
È evidente che, su questo punto, v’è contrapposizione di interessi, e a Budapest l’abbiamo sentito con chiarezza. Il tempo si incaricherà di sciogliere il dilemma, o almeno renderlo meno drammatico.

L’imprenditore dell’Europa centro-orientale ha la tendenza a farsi rappresentare da associazioni?

L’associazionismo imprenditoriale spontaneo è, in quei Paesi, appena agli inizi; in genere, chi rappresenta i datori di lavoro sono una serie di istituiti simili alle nostre Camere di Commercio o ad altri enti che esistevano nell’assetto politico precedente.

L’associazionismo come espressione della volontà e della capacità degli imprenditori di agire insieme trovando un punto d’equilibrio tra concorrenza e solidarietà non è presente nella cultura dei paesi a economia pianificata.

Per il nostro settore, l’UEA sta contribuendo a farlo evolvere, offrendo agli enti che rappresentano i datori di lavoro occasioni di incontro con i loro omologhi dei Paesi dell’Unione Europea. Non a caso negli ultimi anni ne sono entrati a far parte, pur se, in alcuni casi, non di pieno diritto, le associazioni dei fabbricanti di mobili di Russia, Ungheria, Romania, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Slovacchia, Malta, Bosnia-Erzegovina. 
Desidero altresì ricordare che Federlegno-Arredo, con la sua collegata Eias che si occupa di progetti finalizzati a stimolare anche l’associazionismo, sta portando avanti l’idea di un programma di formazione all’associazionismo della nuova imprenditoria dell’Europa orientale.

Vorrei infine sottolineare che l’incontro di Budapest e gli altri che eventualmente seguiranno nascono dall’opinione positiva che la Commissione Europea nutre per il modo in cui il nostro settore ha finora sviluppato il dialogo sociale all’interno dei paesi membri.

Infatti, con la nostra controparte sindacale europea abbiamo avviato da alcuni anni il dialogo sociale, riferito a temi non conflittuali e che non si sovrappongano ad argomenti trattati nei rispettivi contratti nazionali.

Stiamo dunque lavorando sulla formazione, un fattore destinato a migliorare la produttività quali-quantitativa delle risorse umane operanti nelle aziende del legno e dell’arredo, sia per mantenere e sviluppare la professionalità dei nostri lavoratori, sia perché diventa un modo per difendere il nostro vantaggio competitivo rispetto ad altri sistemi.

In questo contesto anche il dialogo sociale fra i paesi dell’Unione Europea, membri UEA, è inteso a dare un servizio forte al sistema sia migliorando la sua capacità di competere, sia estendendo gradualmente a sempre nuovi soggetti le garanzie e i livelli di vita comunitari.
Un cammino difficile

È con Massimo Trinci, segretario nazionale della Feneal-Uil, che approfondiamo più specificamente il tema relativo ai rapporti industriali.

“Va premesso – ci dice Trinci – che, dal punto di vista delle organizzazione sindacali, alcuni presupposti dell’incontro di Budapest sono state vanificati dagli avvenimenti successivi. Finché la Comunità Europea non aveva dato il benestare per l’ingresso di alcuni dei paesi interessati al Dialogo Sociale, l’accettazione dell’Acquis Communautaire era un prerequisito importante, anche dal punto di vista delle relazioni industriali, per l’ingresso nella Comunità, oggi questo elemento è venuto meno.

Qual è il panorama delle relazioni industriali nell’Est Europa?

Il panorama è molto vario da paese a paese e anche all’interno dei singoli paesi. Ci sono nuove aziende molto dinamiche e poi persiste una presenza consolidata di quelle aziende che sono rimaste caratterizzate da un’impostazione statale o di quelle privatizzate. Per le nuove aziende in particolare c’è una base molto volontaristica.

Dalla parte dei governi troviamo invece una cornice molto completa anche se astratta: trattandosi di un requisito comunitario i governi si sono sforzati di formalizzare una specie di dialogo sociale a livello nazionale, una sessione in cui riunire le due parti in osservanza a quanto era loro richiesto dall’Unione Europea. Bisogna però chiarire che le relazioni si connotano in maniera abbastanza diversa tra i differenti paesi. In alcuni paesi vi è una prevalenza degli accordi nazionali pur nella loro debolezza, in altri la prassi consolidata è quella locale.

In questo contesto qual è la vostra opinione sulla de-localizzazione?

Noi siamo convinti della necessità della de-localizzazione: è chiaro che, nel nostro settore, noi non possiamo illuderci di mantenere l’intera industria del mobile, così com’è, in Italia. Riteniamo che si tratti di una scelta obbligata e, sotto certi aspetti, indispensabile. L’Italia perderà in ogni caso la fascia bassa del mercato. Il problema è di tenere la testa pensante in Italia e de-localizzare i processi produttivi meno significativi dal punto di vista del valore aggiunto. Queste dinamiche però non sono esclusività dei paesi dell’Europa Orientale, le aziende leader in Italia stanno de-localizzando anche in America Latina e in Cina.

Il fattore comune tra sindacato e imprenditori sta nell’interesse da parte di tutti di evitare politiche di dumping favorite dalla disponibilità di mano d’opera a basso prezzo e, magari, anche di materia prima a buon mercato.

C’è una visione coerente da parte delle organizzazioni sindacali di area comunitaria?

Purtroppo tra i diversi sindacati dei diversi paesi c’è divergenza sui rapporti con l’Europa orientale. In particolare il sindacato tedesco (che fa parte del settore metalmeccanico e non a quello dell’edilizia come il suo omologo italiano) esprime la forte preoccupazione di un’invasione da parte di mano d’opera proveniente dall’Europa orientale.

La preoccupazione del sindacato tedesco nella tutela della mano d’opera nazionale è indubbiamente legata anche al dato sociologico per il quale nel nostro settore c’è in ogni caso una forte pressione da parte della forza lavoro nazionale, in Germania come in altri paesi europei, sul settore legno e mobile. Fatto che in Italia non si verifica nemmeno in zone a forte vocazione mobiliera come il Manzanese dove mano d’opera extra-comunitaria s’inserisce senza creare particolare tensione.
C’è indubbiamente nell’industria tedesca un costo del lavoro elevato, ma soprattutto una rigidità estrema sui differenti temi che corrisponde a un’altrettanto accentuata rigidità nei processi produttivi, nonostante linee di produzione altamente automatizzate e una forte preparazione dei lavoratori.

Quali sono le necessità nei paesi dell’Europa orientale dal punto di vista dei rapporti sociali?

Da parte dei sindacati vi è la necessità di approfondire la conoscenza del dialogo sociale, per offrire agli omologhi dell’Europa orientale un apporto significativo, senza dimenticare il ventaglio variegatissimo di esperienze diverse che esiste anche in area comunitaria. Per evidenziare un elemento salariale, pensiamo soltanto agli otto euro orari pagati in Portogallo dal datore di lavoro contro gli oltre venti pagati in Germania. Questo dimostra che l’entrata in Europa non è andata automaticamente a omogeneizzare il costo della mano d’opera tra i diversi paesi comunitari, così come non andrà ad elevare automaticamente i salari nei paesi in via d’integrazione. L’ingresso nella Comunità europea deve però significare come minimo l’acquisizione di alcuni principi fondamentali quali il rispetto dei lavoratori, l’assenza di qualsiasi discriminazione nei confronti del sindacato e il rispetto delle normative comunitarie via via adottate. Penso per esempio alle recenti normative relative alla soglia minima delle polveri di lavorazione, una direttiva particolarmente pesante per le piccole aziende, ma di opportuna introduzione.

In ogni caso nei paesi dell’Europa orientale dobbiamo ricostruire sia l’esperienza sociale sia l’esperienza delle relazioni industriali: con la caduta del muro è stato distrutto anche quel poco di buono che poteva essere stato costruito a Est, sempre tenendo conto delle diversissime esperienze dei diversi paesi dell’Europa Orientale.
Vorrei però far notare come una strada importante nei rapporti sociali possa essere quella percorsa dai singoli comitati aziendali nell’estendere il dialogo tra aziende di area comunitaria e aziende facenti riferimento a uno stesso gruppo industriale e operanti in area extra-comunitarie.