San Francisco – Piero Bassetti

Fare in Italia / Fare in USA
Intervista con Piero Bassetti

Quale era la finalità di questa missione a San Francisco della Fondazione Giannino Bassetti?
Favorire, in un luogo simbolico quale Silicon Valley, l’incontro tra due “avanguardie”: da un lato quella tecnologica californiana, che prima ha generato il Web e oggi usa la rete per rigenerare la manifattura; dall’altro lato, l’avanguardia del “saper fare con bellezza”, intenta a reinventare una tradizione secolare testimoniata dalla bottega leo-nardesca, dai maestri del design, dalle innovazioni politecniche.
Il terreno di confronto è definito dalla trasformazione produttiva (una nuova rivoluzione industriale, secondo “The Economist”) che, nei paesi a capitalismo maturo, si lascia alle spalle tanto il taylorismo dei Tempi Moderni di Chaplin, quanto le più fresche illusioni di uno sviluppo prevalentemente immateriale. Stampanti 3D e laser cutter sono usciti dai garage e divenuti fatto produttivo: è la prima trasformazione strutturale – relativa ai modi di fare cose – nell’epoca del Web e del glocal.

Come è stato recepito l’approccio italiano all’innovazione artigiana? Quali i nostri punti di forza, e specificità, anche a valle del confronto del mondo dei makers americani?
Può apparire una risposta provocatoria, ma direi che la nostra “missione” è stata un successo anzitutto perché ha rimarcato enormi distanze di approccio. Per esempio, durante un workshop ospitato da Singularity University (che ha sede in una base NASA) si sono confrontati, tra gli altri, Jonathan Knowles, che si occupa di design in Autodesk e Apple, e Rodrigo Rodriquez, vicepresidente di Flos. Knowles ha espresso entusiasmo per l’opportunità di “espandere” il potenziale della storia attraverso la tecnologia; Rodriquez, nel descrivere l’azienda italiana di design, ha dimostrato che espandendo sensibilità e gusto, si potenzia la capacità umana di connettere testa, cuore e mani: un valore che noi associamo all’artigianato e incorporiamo nell’accezione europea di design. Dobbiamo tenere presente che, pur nelle differenze, sono approcci comunicanti. Basti pensare a due fatti: il primo è il successo mondiale di Arduino, che è stato creato a Ivrea, ma spopola tra i makers americani; il secondo è l’avanzata, negli Stati Uniti, della parola artisanship, piuttosto della tradizionale craftsmanship, per definire l’artigianato.

Volendo tirare le somme?
Siamo a un turning point, del quale la produzione additiva e le stampanti 3D sono solo la punta dell’iceberg. Cambia la relazione tra lavoro tecnologico e persona, intesa nelle sue dimensioni etiche e imprenditoriali. Di fronte alla sollecitazione dei makers, mi sento di affermare che oggi anche la bellezza sta divenendo sostanza dell’innovazione. Non puoi prescinderne anche se sei capace di produrre qualunque oggetto nel tuo garage, finanziarlo col crowdfunding e immetterlo in una value chain sconfinata tramite Internet. Non puoi rinunciare perché è divenuta essa stessa valore, molto più di quanto non avvenisse 50 anni fa.
Innovare, condividere la tentazione di Prometeo o quella di Ulisse è affascinante, ma bisogna assumersene la responsabilità e fare i conti con il rischio. Per questo sono contento che, come raramente avviene, tante istituzioni si siano presentate insieme a San Francisco: Regione Lombardia e Comune di Milano, le Camere di Commercio lombarde, Politecnico, Triennale, Confartigianato; e gli sponsor Deutsche Bank, Poltrona Frau Group, FIAT e Autogrill.
Questi e altri interlocutori dovranno corrispondere anche da noi a un produttore di tipo nuovo, che si riconosce nella comunità globale attraverso tools storicamente inediti come il Web e i social networks. E dovranno fronteggiare alcune domande fondamentali. Tengono le tradizionali istituzioni dello Stato–nazione? Valgono ancora le tradizionali associazioni di impresa? Sono adeguate le tradizionali fonti del credito? Sono all’altezza le reti commerciali del secolo scorso? 

MIT TECHNOLOGY REVIEW, edizione italiana 5/2013

rodrigo e bassetti