Design Seminar per ambasciata di Norvegia

Intervento di Rodrigo Rodriquez al Seminario sul Design,
parte del Design Seminar Business Forum, tenutosi a Milano il 25 Ottobre 2001

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Rodriquez con la regina Sonia di Norvegia a Milano, Ottobre 2001

Ringrazio il Dr. Jan Stavik, Direttore del Norwegian Design Council per la cortese presentazione.
In realtà, è un onore per me di aver dato un piccolo contributo alla preparazione di questo Seminario, che offre al sistema italiano del design il privilegio di presentarsi a un importante gruppo di operatori norvegesi, in occasione della graditissima visita di Re Harald V e della Regina Sonja di Norvegia.

Ma perché m’è stato riservato questo onore, ma soprattutto questo piacere ?

Il tutto nasce dalla cortesia del mio caro amico Fredrik Widhagen, studioso e storico del Design, docente all’Università di Oslo e Visiting Professor al Politecnico di Milano – che or, purtroppo, non è più fra noi – che mi chiese, anni or sono, di scrivere una prefazione al suo libro sul grande Designer di mobili norvegesi Ingmar Relling. Da allora sono noto come un amico del design norvegese, e ciò mi fa tanto, ma tanto piacere.

Ero allora presidente dell’UEA, Union Européenne de l’Ameublement: e, rispettoso come un imprenditore ha da essere per il mondo del progetto, m’ero diligentemente preparato per scrivere parole sensate e, soprattutto, per esprimere la gratitudine dell’Europa, e soprattutto dell’Italia, per il contributo dato dal design scandinavo, nelle sue diverse declinazioni nazionali, a crear le basi del gusto del consumatore italiano.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, noi italiani desideravamo ridisegnare gli assetti sociali e le nostre istituzioni; dunque, ricostruire l’ambiente circostante usando linguaggi nuovi. E i mobili scandinàvi, tra cui quelli disegnati da Ingmar Relling, con la loro semplicità, con la loro umanità, espressivi di armonia con il desiderio di pace e di far star comoda la gente, ci dettero il necessario contributo a cassare il passato, e a prepararci per un futuro necessariamente nuovo.
Oggi il design italiano è il risultato di un processo creativo che usa tutti i linguaggi, e cui si possono applicare contemporaneamente tutte le etichette – in cui, come qualcuno ha detto, “è vero tutto e il contrario di tutto”.

Cito, concedendomi qualche libertà nel ricordare, una recente conversazione di Emilio Ambasz, che ha il merito di essere stato curatore della più importante mostra sul design italiano, al MOMA, nel 1972, “Il design italiano è strutturalmente ambivalente: in esso convivono conformismo e riformismo; voglia di essere integrante parte del sistema o proporsi come ad esso alternativo; tuttavia proiettato a migliorare la qualità degli schemi consolidati, dedicando grande attenzione a come differenti materiali possano essere armoniosamente giustapposti e abilmente combinati, a come i diversi elementi componenti di un oggetto siano ciascuno ben costruito e sapientemente collegati, a come la qualità dei colori, dei disegni e della connotazione psicosensoriale delle superfici sia sapientemente accentuata.”

E tutto ciò, grazie alla collaborante interazione tra il designer e l’azienda, che pone al servizio dell’idea innovativa offerta dal o richiesta al designer il proprio know how, il proprio saper fare:

  1. saper fare i prototipi, che materializzano tridimensionalmente l’idea e permettono al creatore di verificarne la corrispondenza alla sua poetica e all’azienda di fare una prima verifica della sua fattibilità industriale,
  2. ingegnerizzare il prodotto, per fabbricarlo in modo da valorizzare i punti forti del saper produrre di quella specifica azienda,
  3. produrlo in serie, piccola o grande che sia,
  4. commercializzarlo, offrendolo al target di clienti potenziali che aspettano quel prodotto, o non lo aspettano, ma appena lo vedono sanno che lo aspettavano,
  5. comunicarlo, con gli ausili di vendita, con la pubblicità, con ogni altro messaggio promozionale progettato in modo da garantir coerenza con l’idea iniziale.

Il risultato di tutto ciò è la via italiana alla global quality: mica per caso l’abbiamo inventata noi, la global o total quality, e non i nostri amici giapponesi ….?
Nel mio ruolo attuale di presidente di Federlegno-Arredo, l’organizzazione che associa e rappresenta la filiera che va dal bosco al prodotto finito d’arredo, fatto anche di altri materiali che non il sempre nobile legno, penso al design come a uno dei punti forti del nostro sistema, alla maniglia traente che ha permesso al prodotto italiano d’arredo di conquistare il mondo: oggi, l’Italia con i 19 miliardi e mezzo di € di prodotti esportati su una produzione totale di circa 36 miliardi di € – se ci riferiamo soltanto all’arredo, i numeri sono: 22 miliardi di € fatturato e circa 10 miliardi di € esportati – è il primo esportatore del mondo.

Il design come maniglia traente, ho detto.

Ma v’è un altro punto forte, che Voi già conoscete: il distretto che, soprattutto per le PMI italiane costituisce un vantaggio competitivo che si sostanzia in un rapporto prezzo / qualità vincente rispetto ad altri sistemi industriali.

Che cos’è il distretto ? Lo descrivo, citando il decalogo – in realtà, sono solo nove, questi comandamenti – di Fabrizio Onida:

  • tradizione artigianale (talora antica di centinaia di anni)
  • specializzazione di filiera
  • organizzazione a rete
  • imprenditorialità diffusa
  • circolazione delle conoscenze e delle tecnologie (anche parlandone al bar, tra un grappino e l’altro)
  • spirito di emulazione
  • relazioni fiduciarie
  • forte senso civico
  • compenetrazione di vita culturale, sociale ed economica.

Concludo, ricordandomi e ricordandovi che siamo a Milano, la capitale dell’innovazione; e l’innovazione è la matrice del design.

Nel supplemento che il Financial Times ha (per la prima volta nella sua lunga vita, m’è stato detto – dedicato a una città non inglese) ha scritto sulla città di Milano, v’è un articolo dal titolo illuminante “Milan, creative heart of the economy“.
E, per questo, Milano è diventata anche – non è che mi piaccia molto, ma è un segno forte – una griffe.

Permettetemi di mostrarvi questo orologio da polso, che ho acquistato per 10 US $ da un piccolo strano chiosco nell’aereoporto di Miami, per superare il disagio del ritardo del Miami-Malpensa che avrebbe rischiato, se prolungato, di farmi arrivare in ritardo a questo per me importante e gratificante appuntamento: a proposito, mi scuserete se son qui in tenuta da viaggio e senza cravatta, al cospetto di voi così correttamente vestiti.

Nel mucchio di tanti orologi contraffatti – Rolex, Omega, Patek Philippe, ecc.; che scandalo, anche se segnavano tutti l’ora giusta … – ho trovato questo orologio marcato Milano.
Milano è dunque, oggi, una griffe.

Ma soprattutto è la capitale del design e dell’innovazione.

Ma, soprattutto, è la città che, anche attraverso me, Vi dà un cordiale cordialissimo benvenuto !