Conclusioni

Il perché della joint venture con la Strafor

Nel suo intervento alla conferenza del 19 ottobre 1989 “Alleanze strategiche in vista del mercato europeo unificato del 1993: Una testimonianza” organizzata dal Rotary Club Seregno-Desio-Carate Rodriquez così spiegava le ragioni della vendita del 50% della azioni della Cassina alla francese Strafor: “Quando Gerolamo Trivulzio mi ha proposto di tenere questa conversazione, ho accettato con piacere per tre ragioni. La prima è che Gerolamo è una di quelle rare persone a cui non si può dire di no, anzi, per la quale si gioisce a dire di sì. La seconda ragione è che, nel Rotary, i fatti significativi della propria vita di lavoro possono interessare i colleghi del proprio Club. La terza ragione di tipo più, se volete, macro, è il mercato europeo la cui unificazione è prevista per il 1993 è un argomento che merita attenzione da parte di persone portatrici di alta professionalità, e quindi anche dei facitori di opinione nel proprio settore. Mi domando anzi – e ne parlavo poc’anzi con l’amico Presidente – perché il Rotary che è in una posizione così privilegiata, non possa aprire su questo tema un dibattito tra i Club europei, poiché questo fenomeno, che ha una connotazione economica, ma anche un significato politico e sociale, influirà certamente sul futuro del nostro continente. L’argomento che ha dato spunto a questa conversazione è un fatto che riguarda la Cassina Spa, nota azienda brianzola che fabbrica sedie, poltrone, divani e tavoli, fondata da Umberto e Cesare Cassina – a proposito un affettuoso saluto da zio Umberto a tutti voi – nel 1927 quando lo zio Umberto aveva 27 anni , e che da allora si è affermata nel proprio mercato e si è mossa bene in tutti questi anni grazie a scelte strategiche giuste. Ve ne cito una perché è simpatica e perché riguarda zio Umberto. Quando nel 1949-1950 la flotta passeggeri italiana ha cominciato a crescere, voi sapete che il piano Marshall aveva anche indicato in modo sottilmente perentorio quali erano i settori in cui doveva essere canalizzata la quantità di dollari che arrivavano dagli USA intelligentemente individuandone dei settori di tipo portante strutturale come appunto la cantieristica navale, la flotta passeggeri italiana incominciò a crescere facendo delle belle navi perché in Italia le cose si fanno belle, non sempre bene, ma belle e allora un giorno i Costa domandarono chi era un falegname, un’azienda di mobili affidabile e incapparono in Cassina e chiesero un preventivo per 250 sedie per la sala da pranzo della ANNA COSTA e allora fu inviato un preventivo, i Costa lo esaminarono e dissero va bene. Arrivarono le sedie, furono pagate. Zio Umberto dopo qualche mese, faceva sempre i conti la sera lui, si accorse di avere sbagliato, aveva chiesto troppo e allora ha fatto un assegno dicendo chiedo scusa, resti- tuisco quello che vi ho maltolto. Figuriamoci i Costa, genovesi, cantie- risti!! La Cassina, con questo invio di assegno, fece un’operazione vincente nel senso che si costruì per dirla col linguaggio aziendale odierno una nicchia forte, fortemente protetta in quello specifico mercato che era l’arredamento delle navi passeggere di prima classe. E quindi è an- data avanti questa azienda facendo anche delle operazioni meno sugge- stive e commoventi di quella che ora vi ho detto fino ad arrivare ad es- sere un’azienda che insieme con altre italiane occupa una posizione di leadership nel mercato del mobile di disegno contemporaneo, e crescendo con un tasso che credo non abbia eguali nel nostro settore: fatturavano 3,5 miliardi di lire nel 1972, chiuderemo il 1989 con circa 90 miliardi. Perché mai allora un’azienda con questo forte posizionamento e con que- ste prestazioni ha deciso di vendere il 49 % dei voti e il 50% delle azioni ad un’azienda straniera?

Tra le ragioni di questa decisione, la prima è che un’azienda che ha il capitale diviso in due 50% è un’azienda ad alto rischio. In Brianza tutte le aziende fatte da due fratelli, o a un certo punto sono esplose oppure hanno trovato una strada diversa.

Parlavo ieri con un consulente di strategia d’impresa, che, a proposito della dinamica delle aziende familiari, mi diceva “la prima generazione fonda l’azienda, la seconda la consolida, la terza la sfascia”. Franco ed io – essendo la seconda generazione – pensando al futuro della nostra azienda, abbiamo riflettuto sulla modifica strutturale delle condizioni che regoleranno dal 1993 in poi il mercato e, più in generale, l’economia del- le imprese: questa dunque la seconda ragione. Abbiamo quindi deciso di esaminare le offerte pervenuteci negli ultimi anni e abbiamo iniziato una trattativa con un’azienda operante in settori contigui e di grandi dimensioni, la Strafor: fatturato di 1200 miliardi e 11.000 dipendenti. La ragione sociale è l’abbreviazione di Forgerie de Strasbourg, così denominata quando fu fondata in Alsazia nel 1850 per coltivare le miniere di ferro di quella regione e per fabbricare manufatti con quel minerale, dapprima carpenteria, materiale ferroviario fisso e mobile, successivamente scaffali metallici per biblioteche – la biblioteca vaticana usa sol- tanto scaffali della Strafor – poi manufatti metallici più complessi tipo forni per pane – in Francia il pane è un buon business – e frigoriferi per supermercati. È dunque un’azienda di matrice e di cultura metalmec- canica e quindi con un’immagine molto diversa.

Un certo giorno, poi, è entrata nel settore dei mobili per ufficio costituendo una joint-venture al 50% con la più grande azienda del mondo di mobili metallici, la Steelcase, un colosso da 2.200 miliardi, la cui sede è a Grand Rapids, nel Michigan, la Steelcase/Strafor. Uno dei punti forti di questa scelta è di poterci avvicinare a questo 1993 senza essere sollecitati a modificare la nostra dimensione di impresa; perché una delle probabili conseguenze del 1993 sarà che le aziende dovranno, per far fronte ad una concorrenza qualitativamente e quantita- tivamente diversa, ed alla progressiva attenuazione delle barriere, anche non tariffarie, crescere in dimensione.

Noi vogliamo mantenere invece la nostra dimensione misurata, in mo- do che la nostra identità (permettemi un americanismo: la nostra com- pany mix) non sia sollecitata a cambiare, essendo collegati ad un organismo di grandi dimensioni.

Detto con altre parole, la dimensione d’impresa, le economie di scala che saranno necessarie in una situazione di modifica strutturale e non transitoria del mercato non saranno più come potevano essere nel passato, a livello di dimensione del lotto, quindi di economie industriali ma la maggiore efficienza collegata ad una diversa dimensione d’impresa la si giocherà soprattutto a livello di appartenenza ad organismi che offrano delle sinergie strategiche Non più dunque economie di scala, ma economie di scopo.

La terza ragione, collegata alle prime due, ma più psicosociologica, è che ad un certo punto fanno bene gli innesti: ci sono dei momenti di vita della vigna in cui c’è bisogno di innestare per avere del vino più forte e più ricco di qualità organolettiche. Fuor di metafora, c’è bisogno, in un certo momento della storia dell’azienda, di fare dei ragionamenti diversi, prendere delle decisioni ragionando anche tenendo conto di altre va- riabili. Ben vengano quindi dei soci che ci aiutano a ragionare in modo diverso, purché – e questo è un punto che non ho citato come una ra- gione perché è un prerequisito – questi soci siano impegnati, come i vertici di Strafor si sono impegnati, ed abbiano interesse a che l’azienda ri- manga, non perda la sua identità.

E noi abbiamo chiesto e addirittura siamo stati sollecitati a che il con- trollo dei voti rimanga nelle mani delle famiglie attuali, la direzione ri- manga nelle mani di chi la dirige oggi, il management rimanga intatto, per cui i nostri soci saranno presenti solo nel consiglio di amministra- zione e non invece lavorando nell’azienda.

Nei lunghi colloqui di avvicinamento, abbiamo costruito la ragionevo- le certezza che il mantenimento dell’identità fosse anche nei loro obiet- tivi: a loro interessava comprare un’azienda fatta così, con questo tipo di immagine, con questo tipo di dinamica con questo tipo di redditività, e l’essere soci della quale ridondi a loro vantaggio in termini di imma- gine complessiva del gruppo, potendo dichiarare di essere presenti an- che nel settore del design contemporaneo.

Non a caso la Strafor Financière che è l’azienda capogruppo quotata almercato ristretto della borsa di Parigi, ha avuto un contraccolpo positivo.

Ed è Strafor Financière che ha acquisito il 50% delle azioni e il 49% dei voti della Cassina; Franco e io siamo entrati nel consiglio di amministrazione della Strafor Development ed abbiamo concordato di ricevere una parte del prezzo in azioni della Strafor Financière, quindi creando un collegamento organico tra queste due aziende.

Ho desiderato darvi una testimonianza diretta di questa vicenda: anche perché la stampa, che l’ha riferita, non è sempre stata precisa. Una piccola appendice. Un paio di giorni dopo che era stata comunicata questa operazione ho incontrato il professor Claudio Dematté, Direttore della SDA, la Scuola di Direzione Aziendale della Bocconi.

Questo autorevole personaggio mi ha detto che avevano appreso con interesse ed esaminato la joint venture Cassina/Strafor, nel quadro delle analisi che SDA sta conducendo circa le possibili formule con cui le piccole e medie aziende, griglia forte dell’economia italiana, si preparano al 1993 ‘Uno dei modi è simile al Vostro caso: un’azienda famigliare che si è affermata anche grazie alla forte coesione della proprietà, nel momento in cui percepisce, cogliendo i segnali deboli, l’approssimarsi di una modifica dell’orizzonte, fa un’alleanza con un’azienda diversa non minacciante e quindi si riposiziona in modo soffice a un mercato che sarà effettivamente diverso. Bravi’”.

Quel che ho dato e quel che ho ricevuto

“Talvolta mi domando: vale di più quel che io ho dato alla Cassina, o quel che la Cassina ha dato a me? Sapevo già la risposta, tuttavia m’era gradito domandarmelo, perché rispondermi mi induceva a ripercorrere, con la velocità che soltanto le sinapsi dell’umano cervello possono sviluppare, tutti i momenti in cui avevo imparato, dalla e nella Cassina, e l’immagine che avevo conquistato, agli occhi degli addetti ai lavori e del mondo connesso. Scelgo, tra i molti, due esempi accomunati dal riferirsi a due coppie reali – il che è quanto meno elegante, non vi pare?”

Cavaliere della Regina di Norvegia per una sera

“Quando, nell’ottobre del 2001, Re Harold V di Norvegia e la Regina Sonja vennero in Italia per una visita di Stato e per alcuni accordi economici, decisero di farsi seguire da una delegazione di imprenditori norvegesi interessati al design. L’Ambasciata mi chiese se potevo aiutarli a ottenere visite ad aziende, incontri con imprenditori e altri protagonisti del design italiano. Alla mia domanda ’Perché vi rivolgete a me?’ la risposta fu: ’Lei, a quanto sappiamo, conosce il mondo del design e ha dimostrato di sapere utilizzare quello strumento per il successo di un’azienda e, insieme, di avere idee sulla cultura del progetto’. Arrossisco ancora nel raccontarlo, ma ne fui gratificato”.

“Oltre ad aiutarli come potevo nel costruire i contatti richiesti e nell’offrire in apertura del loro soggiorno, con un breve discorsetto (All. G1), una lettura del contesto, ricevetti un’inaspettata gratificazione quando, invitato con Adele alla cena di gala offerta da Re Harold al Principe & Sa- voia – a base di baccalà, salvo il dolce, preparata da tre cuochi al segui to, coadiuvati dai divertiti chef del Principe & Savoia – mi fu chiesto, dopo un imbarazzato conciliabolo tra la capo del Protocollo, l’Amba- sciatore, il Console Generale a Milano, di esser io il cavaliere della Regina, e, conseguentemente, Adele la dama del Re”.
ueaRodriguez con la regina Sonia di Norvegia a Milano, ottobre 2001

“In realtà era successo che, essendo presenti almeno altri quattro, tra un Ministro, un Prefetto, un Sindaco e un altro personaggio, tutti ben più importanti di me, per non fare sgarbo a loro, avevano deciso di usa- re me, con la scusa che avevo collaborato al progetto e parlavo l’ingle- se quasi quanto la Regina Sonja, nata Haraldsen: la quale oltre a essere una gentildonna (ovvio) fu anche un’assai intelligente, colta, gradevole commensale”.

I Reali di Svezia inaugurano il padiglione della Svezia al Salone del Mobile di Milano

“Aprile 1991. Il tutto iniziò con un mio discorso alla cerimonia di aper- tura della Fiera del Mobile di Stoccolma, nel febbraio di quell’anno. L’e- conomia svedese attraversava un momento difficile, e, secondo il costume scandinavo, la famiglia reale tentava di contribuire a stimolare l’econo- mia: la Svenska möbler Manufacturers Association, organizzatrice del- la Fiera del Mobile aveva invitato la regina Silvia a inaugurare la loro rassegna”. “Come presidente dell’UEA mi era stato chiesto di pronunciare il di- scorso di apertura; non solo, ero stato istruito su come comportarmi in presenza della Regina: ‘Leggilo e non improvvisarlo, come fai di solito; sali sul podio prima che arrivi la Regina; quando lei si siede, tu fai un leggero inchino, e inizi con Her Majesty, e prosegui; quando finisci, scen- di e vai a baciarle la mano’. Avevo preparato un bel discorso di circa quindici minuti, che si apriva con lo spirito di antesignana europeista della regina Cristina, che sin dalla sua ascesa al trono, nel 1644, aveva espresso l’interesse per rapporti più intensi con gli altri Paesi dell’Europa di allora, coltivando anche l’utopia di alleanze che costruissero legami di solidarietà e non di competizione. Citavo i continui dissidi, su questo tema, con il suo cancelliere Axel Oxerstierna, poi il discorso si chiudeva con il ringraziamento dell’Italia ai mobili svedesi che avevano, grazie alla loro semplicità formale, attenuato il gusto per lo stile, spianando perciò la strada al design italiano”.
realisvezia
Rodriguez con re Carlo XVI Gustavo di Svezia e la regina Silvia (in seconda fila con tailleur rosso) e Franco Arquati, aprile 1991

“Fedele all’insegnamento ricevuto, scendo e vado a baciarle la mano; ma essa, in un eccesso di cortesia, solleva velocemente la mano, sbaglia la mira, e mi assesta un papagno sul naso; drammatizzo, lei si scusa, tutti ridono”.

“Inizia la visita, e il mio amico Jurgen Engels, presidente della SMA, mi chiede, visto il simpatico rapporto istaurato, di chiedere alla Regina se lei e suo marito Gustavo XVI possono venire a Milano, il primo giorno della Salone del Mobile, a inaugurare Sweden Next, tale è il titolo della presenza svedese. ’Ma perché non glielo chiedi tu?’ gli domando. ’Non posso’ mi risponde, ’il protocollo mi impone di formulare l’invito attraverso il Ciambellano di Corte. Tu, come straniero, e dopo quello che è successo…’”. “Lascio la dama di compagnia – bionda e bella – con cui mi accompa- gnavo nel piccolo corteo che visitava la fiera e chiedo garbatamente udienza alla regina Silvia, le formulo l’invito, al quale lei risponde: ‘I would you like, but I am not master of my time’; al che, istruito da Jurgen, rispondo: ‘Her Majesty, I have been informed that the evening of that day the King and you will be in Venice, to inaugurate an important Swedish old glasses exhibition’. Lei sorride, senza rispondermi: rinculo nel piccolo corteo. Al termine della sua visita, attorniata da autorità e esponenti della SMA, vedo che si volta, mi cerca con lo sguardo, mi trova e dice a una delle sue guardie di venirmi a chiamare: ‘Her Majesty the Queen’ mi apostrofa il robusto ragazzone, ‘wishes to speak with you’. Vado e lei mi tende la mano e mi dice, in perfetto italiano ‘Arrivederci a Milano.’”

“E così fu”. “Dovetti superare la forte resistenza del Console di Svezia, che temeva attentati; la superai perché avevo un buon rapporto con l’Ambasciatore, e soprattutto perché egli ottenne dal Quirinale una scorta di quattro corazzieri: in borghese, ovviamente”.

Quarta di copertina

QUARTA DI COPERTINA

Quando ero giovane, ignaro della mia ignoranza e della mia genialità, pensavo che, se fossi vissuto nel tempo del Rinascimento, per la mia manifestazione sarei senz’altro approdato nella Roma dei Papi.
Dalla Storia dell’Arte, l’unica che amavo, apprendevo di Michelangelo e del Papa.
Per analogia azzardavo che, nell’epoca che mi appariva dell’era industriale, la cosa buona fosse cercare di fare Arte per l’Industria. Per le vie incomprensibili del destino, lavorando io già allora, grazie al valente Emilio De Maddalena, da Confalonieri e Negri, mi accadde di incontrare Cesare Cassina, con il quale ebbi poi una fruttuosa relazione di forma antica. Le dinastie crescono lungo le loro vie del valore. Quando a Cesare Cassina succedette Rodrigo Rodriquez, dovetti diventare grande.
Amo ancora la Storia dell’Arte e penso che la Storia del Potere sia a essa spesso intimamente intrecciata.
Ora che sono più consapevole e ugualmente geniale, sono certo che se non avessi incontrato Rodrigo la mia Storia sarebbe molto diversa, credo anche la sua e anche quella del Design Italiano.

Francesco Binfarè    

 
 

Nel 1967 si presentò ai giovani “radical” di Firenze (Archizoom e Superstudio), Cesare Cassina in persona, che avendo visto le nostre primissime pubblicazioni ci proponeva di lavorare per lui.
Questo lontano episodio la dice lunga sull’intuito e il coraggio di questo Imprenditore, che ci invitava a fare parte dei Cavalieri della sua nobilissima Tavola Rotonda, accanto ai più grandi designer di allora; da Vico Magistretti a Mario Bellini, da Gianfranco Frattini a Gio Ponti.
Nel giro di pochi anni la “Corte del Grande Cesare” divenne un territorio che occupava interamente le diverse regioni del design: dalle nuove generazioni (oltre a noi Philip Starck, Toshiyuki Kita, Gaetano Pesce, Paolo Deganello) , ai Maestri (come Le Corbusier, Mackintosh, Rietveld, F.L. Wright… )
Il Grande Ciambellano di Corte era Rodrigo Rodriguez e il pifferaio magico Francesco Binfarè.
Da allora molti anni e molti uomini sono passati, ma il carisma del nome Cassina mi sembra ancora intatto, anche se miracoli di quel genere sono sempre più rari…

Andrea Branzi    

 
 

Devo  a Cesare Cassina la messa in produzione di un prodotto difficile come la “A&O” (1974) e quella stima che mi aprì lo spazio in una azienda che allora era sogno e aspirazione di ogni progettista, sopratutto se poco più che trentenne come me.
E fu  Rodrigo Rodriquez, che prese il testimone lasciato da Cesare, a sostenere il mio lavoro  e  la messa in produzione  della collezione delle sedute e del letto  “Torso”(1982).
Mi telefonò per avvertirmi che sarebbe stato presentato nel negozio di Via Durini in coincidenza col salone del Mobile dell’84 – ero molto orgoglioso di questa decisione – e mi chiese “che nome vuoi dargli ?” Risposi: BODY, e Rodrigo “Ma per gli americani significa  “cadavere” ed io “per me significa CORPO e i miei oggetti si compiacciono di accogliere  il corpo umano”.
Rodrigo col suo tono fermo ma comunque  gentile e paziente “per favore, Paolo, trova un altro nome”. Lo richiamai dopo qualche minuto proponendo TORSO, in ricordo del Torso del Belvedere di Apollonio che tanto piaceva a Michelangelo, il mio artista  e architetto preferito.
Tirò un sospiro di sollievo, il Rodrigo: avevamo concluso alla pari l’ennesima battaglia.

Paolo Deganello    

 
 

Ricordare la Cassina dei grandi suoi momenti farà solo del bene. La storia di questa leggendaria azienda, la sua etica, onestà, amore per il progresso, alta professionalità dei suoi lavoranti, curiosità dei suoi fondatori, la loro scelta di avere un catalogo di prodotti non omogeneo, ma che invece corrispondesse alle diverse personalità dei collaboratori creativi esterni, fa di questo nome il più alto nel ricco panorama del Design Italiano.

Questo libro, che racconta l’esperienza di uno dei protagonisti del successo della Cassina, sará per chi non ricorda lo strumento per riscoprire il rigore, la qualità, l’impegno culturale, la sperimentazione, la democraticità manageriale, l’apertura mentale e l’amicizia che questa compagnia ha saputo creare intorno a se: il risultato appartiene alla migliore Storia del Design Italiano.

Gaetano Pesce    

 
 

Collezione i Maestri

CAPITOLO VII
LA COLLEZIONE I MAESTRI

Il design italiano nell’arredamento contemporaneo nasce e si afferma negli Anni ’50 per la felice coincidenza di vari fattori: designer, prevalentemente architetti, colti e creativi, imprenditori attenti e disponibili al rischio, un mercato sensibile e desideroso di novità.

La Cassina, anzi Cesare Cassina, dopo alcuni incontri con Dino Gavina, che aveva chiamato in Italia Marcel Breuer (foto 19) aveva capito che era arrivato il momento di riscoprire le radici dell’arredamento contemporaneo, gli archetipi, i precursori, gli anticipatori e i generatori di un nuovo modo di progettare oggetti di arredo, di dotarli di una nuova estetica.

In quegli anni, il nome che più assumeva in sé queste caratteristiche, era Le Corbusier. I primi contatti, pensando ad una possibilità di avere i diritti di produzione dei mobili di Le Corbusier, furono stabiliti con Heidi Weber, alla quale Le Corbusier aveva trasferito il diritto di sfruttamento sulle sue opere di scultura e pittura, e per un periodo limitato, quello sui mobili e sulle attrezzature domestiche che egli aveva disegnato con Charlotte Perriand e Pierre Jeanneret, e il primo contratto di licenza fu firmato da Franco Cassina il 23 ottobre 1964.

Dopo la morte di Le Corbusier, la Fondation Le Corbusier, che egli nelle sue ultime volontà aveva nominato erede universale, subentrò nella titolarità dei diritti sui mobili. E Cassina fu richiesta di stipulare un nuovo contratto, parti contraenti essendo, oltre alla Fondazione, anche Charlotte Perriand e l’erede di Pierre Jeanneret, e, come Franco ed io concordammo, su richiesta di Cassina, fino ad una certa data, la stessa Heidi Weber.

Ricorda Rodriquez “La riunione, formale e tesa, per la firma di quel contratto, fu preceduta da un déjeuner in un piccolo ristorante di Rue du Bac, il Gaya: ed io, seduto tra Charlotte Perriand e Heidi Wber, sentivo il mio corpo trapassato dalle scariche elettriche che le due signore si scagliavano l’un l’altra … ”
Nel tempo, la collezione I Maestri si è ampliata attraverso l’acquisizione dei diritti di riproduzione dei mobili di G.T.Rietveld (1971), C.R. Mackintosh (1972), G. Asplund (1981) e F.L. Wright (1985).

Con la collezione I Maestri Cassina stimolava ed educava il gusto del pubblico, offrendo mobili che, consegnati alla storia, costituiscono le radici del design contemporaneo, dando una risposta all’implicita attesa di architetti, professionisti, consumatori colti ed attenti di tutto il mondo. Per la prima volta il mercato poteva acquistare repliche di archetipi disegnati dagli esponenti più autorevoli e significativi del Movimento Moderno.

Ciascuno dei Maestri inseriti nella Collezione ha impresso una forte impronta nella storia del design

Le Corbusier
fondatore di un nuovo modo di concepire il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente, che rivoluziona l’architettura – anche quella di interni – partendo da premesse teoriche razionali e riordinatrici.
G.T. Rietveld
interprete ed esplicitatore delle teorie del movimento De Stijl e di Theo Van Doesburg.
C.R.Mackintosh
genio che conclude un’epoca, condensandone le “memorie forti” e ne apre una nuova, creando oggetti portatori di un linguaggio forte e originale.
E.G.Asplund
punto di riferimento nell’architettura e nel design scandinavi del XX secolo, che hanno influito sul design italiano nel periodo della sua formazione.
F.L.Wright che
muovendo da modelli autoctoni di cultura dell’abitare, introduce concetti di articolazione dello spazio che diventano riferimento necessario per l’architettura d’interni e per il design contemporaneo.

A questo punto dobbiamo introdurre l’Architetto Filippo Alison, ora Professore Emerito dell’Università di Napoli, che, dotato di un poderoso armamentario di ricerca e di sensibilità ermeneutica, ha messo a punto ed attuato un originale metodo di ricostruzione.

“La ricostruzione dei mobili ed oggetti della collezione I Maestri, resa possibile dalla disponibilità e dal coinvolgimento diretto dei rispettivi eredi”, spiega Filippo Alison, “si fonda su un lavoro di accurata analisi ed attenta reinterpretazione dei prototipi e/o disegni originali. Reinterpretazione che ha consentito non solo di rinvenire nuovi valori da destinare ai contesti ambientali attuali, ma anche e soprattutto di ricostruirli approfondendo ed affinando l’area di sovrapposizione e di continuità tra tecniche tradizionali e tecniche attuali”.

“In qualche caso, ad esempio per Mackintosh, si recupera il senso del lavoro di alto artigianato; in altri – ad esempio per Le Corbusier – nasce lo stimolo a studiare tecniche di produzione per il grande numero.”

“Quando mi sono recato in Cassina”, commenta Filippo Alison, “ero portatore di una proposta culturale, più che non una proposta destinata poi alla produzione; il mio obiettivo era quello di rilevare dei valori e diffonderli, chiedendo ad una organizzazione produttiva, di suscitare un interesse nuovo, in quel momento estraneo agli interessi della produzione di oggetti di design”.

“Il primo contatto con la Cassina l’ho avuto nel ’69, quando avevo, già nel ’68, incominciato a lavorare su Mackintosh studiando questo gran personaggio, per alimentare, appunto, una nuova visione del design, era quello che tentavo di fare recuperando i valori del Movimento Moderno. Proponevo di ricostruire alcuni modelli da destinare ad un’utenza legata alla formazione e alla cultura: scuole, musei, ecc. Non, dunque, destinati al mercato.

“La cosa nacque così. Il signor Cesare aveva ben compreso il mio intento e ne aveva subito colto le possibilità di sviluppo ulteriore. E così partimmo, con grande resistenza da parte dell’azienda, resistenza che io mi aspettavo, perché non era una cosa semplice. Soltanto alla fine, quando c’è stato un interesse così aperto e divulgato dai plagi, io ho avuto la certezza che in Cassina alcuni settori hanno poi considerato positivo questo lavoro.”

“Ricordo” soggiunge Rodriquez “che un giorno mio suocero mi telefonò chiedendo di raggiungerlo nella sua casa di Carimate, perché era andato a trovarlo un professore che gli proponeva di mettere in produzione delle sedie di un certo scozzese, e voleva presentarmelo perch’io capissi qualcosa di più; in realtà non avevo mai sentito parlare di questo Charles Rennie Mackintosh, ma, dopo mezz’ora di dialogo con Filippo, compresi che formidabile contributo esso avrebbe dato alla Collezione I Maestri“. E iniziò la trattativa con la Glasgow School of Art, con l’Hunterian Art Gallery dell’Università di Glasgow, con la Society of Scottish Architects.

IX. A LA RICOSTRUZIONE

“Le furie amare della complessità,
le immagini che a fresche immagini
ancora danno origine”.
William Butler

“Questo aforisma è un esempio dell’eterno processo della creazione delle forme che regola l’umano operare. In questa prospettiva, filologia e produzione, “che parrebbero muse di opposti olimpi”, possono incontrarsi su un terreno comune.
L’obiettivo principale dell’operazione I Maestri“, spiega F. Alison, “è di trasferire valori culturali da una condizione temporale e geografica ad un’altra, dal contesto in cui furono immaginati, furono ideati, ad oggi. Nel trasferimento si devono considerare tutte le valenze del progetto, i rapporti, i fattori di coinvolgimento, l’interconnessione, , per illuminarli con il riflesso del mondo contemporaneo. I metodi adottati non si riferiscono soltanto all’idea del recupero di una idea archetipica per riattivarla, muovendo il lavoro dalla conoscenza e realtà storica: la ricerca fa capo ad un modello originario e si effettua avendo come scopo la ricognizione dello schema tipologico”.
“Per conservare, rigorosamente intatto, il senso dell’oggetto originario”, prosegue Alison, “occorre fornire ben altro che non il mero soddisfacimento estetico con la replica o con la copia dell’originale, che è intesa in questo caso, come un simulacro; la ricostruzione va oltre il campo puramente formale e figurativo della replica: essa attinge a valori più ampi, rintracciabili solo con l’acquisizione di esperienza nel campo”.
Il processo di ricostruzione, così come concepito da Filippo Alison, non fu soltanto utilizzato per i mobili di Mackintosh, ma anche per quelli di Maestri successivamente introdotti, nonché per la revisione di quelli di Le Corbusier, cui si coinvolse autorevolmente l’affascinante Charlotte Perriand.

Disegni, schizzi, prototipi e ogni altro materiale disponibile, cui, grazie ai contratti stipulati, Cassina aveva esclusivo accesso – erano analizzati, insieme agli eredi ed ai collaboratori (“Ricordo con rispetto e tenerezza”, racconta Rodriquez, “i giorni trascorsi con noi da Gerard von Groenekan, il falegname di G.T. Rietveld, e la sua sofferenza a vedere l’angolo a 45° della Zig Zag incollato col vinavil, invece che con la colla di pesce…”) che meglio conobbero i lavori del Maestro, per garantire la fedeltà autentica all’idea del Maestro, trovando le soluzioni tecniche che egli avrebbe adottato ove avesse avuto la disponibilità dei materiali, delle attrezzature, delle tecnologie d’oggi.
La realizzazione della Collezione I Maestri era anche occasione di nutrimento culturale per chi, in Cassina, vi lavorava, fosse un prototipista, un venditore, un addetto alla comunicazione, o la responsabile degli affari legali.
Per Rodrigo, che seguiva, sempre tenendo al corrente Franco e con la collaborazione di Anna Spadoni, le trattative per l’ottenimento dei diritti e lo sviluppo dei rapporti con gli eredi, e, insieme con Filippo Alison, la scelta dei modelli da inserire nella Collezione, era un’avventura ricca di esperienze e di soddisfazioni, nonché occasioni di incontro con culture diverse e situazioni imprevedibili.

Prefazione

UN LIBRO-NON LIBRO SULLA STORIA DELLA CASSINA

La rivista Ottagono, nel numero 30 del Settembre 1973, pubblica un lungo articolo sulla Cassina e la definisce come “una sorta di aristocrazia nel produrre, che si manifesta in tutti i loro atti, decisioni, scelte”.

Da questo modo di concepire la propria identità aziendale risulta una delle regole d´oro della Cassina, “l’imprenditore non si esprime con le parole, come i creativi o i facitori di cultura, ma con i fatti e con i prodotti che la propria azienda offre al mercato”.

Dai documenti reperibili, si potrebbe anche scrivere un capitolo della storia del “fenomeno del design italiano”, ingrediente portante del “made in Italy”: oppure, in altra prospettiva, la storia di una delle imprese dell’arredamento italiano, di cui la Cassina è un illustre esempio di come industria e designer lavorano insieme.

Infatti, se è vero, come è vero, che alla creazione di un buon prodotto il designer contribuisce con la sua idea – innovativa e pertanto originale – e l´imprenditore ed i suoi stretti collaboratori con l’applicazione del proprio know-how, questo ci porta ad affermare che il design senza l’industria non esiste, perchè il design è il risultato di un’ interazione sinergica fra il progettista e l’industria.

Questo “non libro” si propone di raccontare una fra le tante storie, che, nell’Italia degli anni `60 all`80, spiegano il ruolo che l’imprenditore ha avuto nel successo del design italiano, altresì descrivendo il passaggio da una azienda la cui gestione si fonda sulla legittimazione che scaturisce dalla proprietà, ad una che si fonda, anche, su competenti professionalità.

PREFAZIONE

CAPITOLO I

L’INDISCRETO FASCINO DEL DESIGN

“Sono un imprenditore entrato nell’azienda in maniera comoda, ho sposato la figlia del padrone”, dice Rodrigo Rodriquez. Ma, in realtà, questa “comodità” si è piuttosto dimostrata sfida, manifestazione della volontà di portare l’azienda – o le aziende, perché la sua avventura iniziò lavorando nella C&B Italia – ad adottare un modello organizzativo più evoluto, idea questa, in quei tempi, gli Anni ’60, molto lontana dalle preoccupazioni delle piccole e medie industrie della Brianza, il cui successo nasceva da fulminanti intuizioni imprenditoriali e dalla capacità di utilizzare al meglio la rete di risorse presenti in quel distretto industriale.

Il suo ingresso in Cassina nel 1973, quando fu sciolto il vincolo societario tra i Cassina e Piero Busnelli, fu in realtà un ritorno, dopo una prima esperienza di circa tre anni – esattamente dal 1 Dicembre 1961 al 24 Agosto 1964 – quando accolse la proposta che Cesare Cassina gli fece qualche giorno dopo avergli concesso la mano di Adele, che Rodrigo aveva conosciuto frequentando ambedue l’IPSOA, a Torino (foto 1-2-3).

“A parte il buon rapporto umano che subito instaurammo e la stima che sentii nei suoi confronti “racconta Rodriquez “egli pensava che un futuro genero, giovane laureato e con un buon corso IPSOA alle spalle, poteva dare un contributo all’azienda, e a quanto poi egli stesso mi disse, avrebbe potuto risolvere il problema della sua successione: Cesare Cassina faceva le sue scelte guardando sempre in avanti.”

“La proposta era allettante, ma non corrispondeva ai miei interessi di quel momento e alla specializzazione cui, frequentando l’IPSOA, mi ero preparato:. direzione del personale e organizzazione aziendale. Chiesi se mi sarebbe stato consentito di interessarmi di personale e organizzazione. Sia Cesare Cassina che Umberto Cassina mi risposero, con generosa cortesia “venga a fare quello che vuole”.

“Ed iniziai a lavorare in Cassina. Tra parentesi, quando io arrivai a Meda, nello stesso periodo, il mio futuro suocero – oh, sublime astuzia – mandò Adele a Roma, da dove io provenivo, per aprire la show-room della Cassina, in Via del Babuino, la prima show-room di mobili di disegno contemporaneo a Roma, che tra l’altro, fu un grande successo; ovviamente Adele fu accompagnata dall’adorabile e severa zia Maria”.

Alla Cassina, Rodriquez lavorò per qualche mese a tempo pieno, cercando di istituire la funzione di direzione del personale, introducendo criteri e tecniche (gli allegati A1 sono un esempio per tutti: una job description… ! ) alquanto estranee al modo con cui datori di lavoro e lavoratori vivevano il loro rapporto in una solida azienda brianzola, condotta da personalità carismatiche e altamente rispettate, espressione positiva di paternalismo illuminato.

Consapevole tuttavia del rischio di introdurre nella gestione delle risorse umane germi nuovi, incompatibili con la cultura della semi-lealtà assoluta al titolare, tipica delle aziende a conduzione familiare – e che nel tempo avrebbe poi imparato a rispettare e ad apprezzare – si era proposto di cercare il punto di equilibrio tra l’approccio manageriale e l’approccio familiare. Non a caso, al termine del corso serale di sociologia che frequentava all’Università Internazionale di Studi Sociali, nota come Pro Deo, aveva approfondito l’argomento dedicando la tesi di diploma al tema “Lo status psicosociale dei Capi Intermedi in un’Azienda a Conduzione Familiare”.

Ovviamente egli si interessava anche ad altri argomenti e funzioni aziendali che l’introducevano, pian piano, nel mondo del mobile del disegno contemporaneo – gratificanti e importanti, per la sua formazione futura, gli incontri con Giò Ponti, Vico Magistretti, Mario Bellini, Gianfranco Frattini – e contatti con la rete di vendita.

Tuttavia, poiché la Cassina non poteva offrirgli uno spazio nel mestiere che in quel momento lo affascinava, chiese di poter ridurre il tempo di lavoro in azienda e lavorare in “part-time” per un’altra organizzazione. Umberto e Cesare, ed anche Franco, acconsentirono, ed egli entrò come consulente nella P.A. (Personnel Administration), società di consulenza inglese di alto profilo che aveva aperto una filiale a Milano affidata a Silvio Cusin, esperto di grande spessore.

Ma i germi introdotti nel corpo sociale avevano dato i loro frutti, e, un bel giorno, accade un episodio che fece traboccare il vaso. In occasione di uno sciopero nazionale del settore, alcuni operai della Cassina, per la prima volta, scioperarono. Certamente il clima sociale esterno era cambiato, ma i concetti “evoluti” che Rodrigo aveva diffuso, iniziando dal riconoscimento del sindacato come interlocutore non da sollecitare, ma da ascoltare se si fosse presentato in azienda, avevano, agli occhi di alcuni operai, declassato la partecipazione allo sciopero da sacrilegio a semplice scortesia …

Il giorno dopo, Umberto Cassina, com’era sua abitudine, fece molto presto al mattino, verso le 7, il suo giro per l’azienda e lasciò sui banchi da lavoro degli operai che avevano scioperato (per un giorno), un foglio (all. A2) in cui contestava, con linguaggio corretto, questo comportamento improprio. “Io, a mia volta”, racconta Rodriquez, “feci il mio giro abituale, mezz’ora dopo, vidi questi fogli, li collocai garbatamente sulla scrivania di zio Umberto, tornai a casa – perché le lettere di dimissioni senza preavviso si scrivono a casa, non in azienda e scrissi la mia letterina ufficiale (All. A3) e una seconda lettera con le ragioni della mia decisione (all. A4) e le portai a mano a zio Umberto, a mio suocero Cesare Cassina, a mio cugino Franco. E me ne andai.”

Nei giorni successivi, con garbo e affetto, anche usando argomenti connessi alla solidarietà familiare, tentarono di farlo recedere. Il va sans dire che il rapporto interpersonale di grande cordialità e stima reciproca rimase intatto.

Quel che non rimase intatto, per Rodrigo, fu lo standard di vita della sua famiglia, sia perché diventò disoccupato in un momento in cui l’economia italiana stava subendo una temporanea flessione, sia perché con Adele decise di rifiutare ogni aiuto economico da parte delle rispettive famiglie.

Le due successive esperienze, ambedue in funzioni e con responsabilità aziendali corrispondenti ai suoi interessi, in aziende decisamente non brianzole, furono in Rhodiatoce del Gruppo Montecatini dall’inizio del 1965 e 3M Minnesota Italia dal 1967 a fine 1969.

Intervista per Matter – Luglio 2012

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Intervista_matter

Traduzione italiana dell’intervista pubblicata sul numero di Luglio 2012 di MATTER, il mensile di Material ConneXion Ltd, New York

Con nove Licenziatari e materioteche nelle più diverse aree del mondo, una grande quantità e varietà di materiali e progetti innovativi attraversa le porte di Material Connexion. Per questo numero di Matter dedicato allo sport, Michele Caniato, CEO di Material Connexion New York, e Rodrigo Rodriquez, presidente di Material Connexion Italia discutono del ruolo dell’innovazione materiale in Italia ed esplorano l’importanza dei materiali nelle prestazioni atletiche.

MC: Come pensi che l’innovazione materiale possa contribuire alla revitalizzazione dell’economia italiana ?

RR: Alle piccole e medie imprese, nerbo del sistema industriale italiano – circa il 95% delle imprese italiane hanno infatti meno di 50 dipendenti – Material Connexion Italia può dare un robusto contributo, ponendosi come facilitatore proattivo del contatto tra chi offre materiali e processi innovativi e gli utilizzatori, le aziende e i progettisti, e dunque offrendo al mondo del progetto un accesso permanente ai materiali innovativi ed alle nuove soluzioni nell’uso dei materiali esistenti.

MC: Material Connexion Italia ha la sua sede a Milano ed una show-room in Triennale. Recentemente avete aperto due punti di Material Connexion, uno a Udine in collaborazione con CATAS e l’altro a Civitanova in collaborazione con Tecnomarche. Come si sono sviluppate queste collaborazioni, e in che modo offrono un servizio alle aziende dei rispettivi territori ?

RR: Il distretto è stato per decenni uno dei cardini del tessuto industriale italiano, e ne ha reso possibile lo sviluppo e la vocazione all’esportazione. Pur senza aver letto Joseph Schumpeter, che aveva sviluppato la teoria dei “companies cluster”, gli imprenditori delle PMI italiane l’ avevano di fatto attuata, realizzando i distretti: alimentati da una trama di rapporti informali, connotati da una sana volontà a competere, dall’immersione in una società e in un ambiente proteso verso la qualità, dall’operare ciascuna impresa come un elemento di un ciclo di produzione integrato, con legami a monte e a valle e laterali, e con un alto grado di specializzazione.

Oggi i distretti sono progressivamente affiancati dalle Reti d’Impresa, alleanze strategiche transterritoriali e transmerceologiche, che compensano i deficit di competitività causati dalla prevalente piccola e piccolissima dimensione. Recentemente, ed esattamente il 3 Agosto scorso, il Parlamento italiano ha convertito in legge il Decreto Sviluppo, emanato dal Governo il 22 Giugno con il n° 83, che all’art. 43 regolamenta le Reti d’Impresa configurandone il profilo ed il funzionamento nei termini suggeriti dall’AIP, Associazione Italiana Politiche Industriali.

A parte ciò, esistono anche amministrazioni pubbliche che offrono servizi alle imprese del territorio. Le Camera di Commercio di Milano e di Como, la Provincia di Milano, CATAS di Udine e Tecnomarche hanno chiesto l’assistenza di Material Connexion Italia, ed altre istituzioni hanno con noi avviato contatti, per accompagnare le aziende più disponibili e capaci di innovare: la nostra società partecipa, infatti, in Italia, della credibilità, del prestigio, della solida reputazione, grazie al know how unico, che Material ConneXion Inc. si è da tempo conquistata nel mondo, giovandosi altresì, in tutta Italia, del prestigio di FederlegnoArredo, unico, tra i soci che fondarono dieci anni or sono Material Connexion Milano, che abbiamo l’onore di avere nella nostra compagine societaria.

Una nota personale: molti sono i casi in cui i nostri interlocutori, quando presentiamo Material Connexion dicono “Ah, la banca di materiali innovativi fondata da George Beylerian !” George, viaggiando anche in Italia, ha lasciato un buon segno…, di cui noi oggi godiamo.

MC: quali i prossimi passi di Material Connexion Italia ?

RR: Oltre all’apertura di contatti con realtà territoriali diverse, stiamo lavorando su molti fronti, sia ampliando il parco clienti, sia realizzando progetti di largo respiro, che consolidino il nostro posizionamento. Ne cito due. Saremo, per la prima volta, presenti con una materioteca ad hoc, in un ampio spazio in MADE – Milano Architettura Design Edilizia, la grande fiera che si terra’ nel polo fieristico di Milano Rho dal 17 al 20 Ottobre prossimo.
Inoltre, siamo stati richiesti da Expo 2015, il cui tema, come noto, è “Feeding the Planet, Energy for Life”, che inizierà’ il 1” Maggio e terminerà il 31 Ottobre, di redigere un catalogo di materiali sostenibili per la costruzione degli edifici temporaneamente progettati per questa Expo, mega evento importante per Milano e l’Italia. Il catalogo fornirà’ all’industria edile, nonché ai fabbricanti di prodotti per l’interior decoration, un forte esempio di fair balance between sustainability and advanced material.

MC: l’Italia è famosa per moda, cultura, design e molto altro. In quale settore pensi che dovrebbe investire di più in materiali avanzati e innovativi ?

RR: La voglia, anzi il bisogno ed il piacere di innovare, per i motivi sopradetti, permea, anzi nutre tutti i settori del cosiddetto Made in Italy, quello delle quattro A; per riferirmi ad una felice definizione di Marco Fortis: Abbigliamento, Arredamento, Alimentare, Apparecchiature Industriali. Dovendo scegliere, visto che me lo chiedi, direi il fashion, anche grazie ad un’iniziativa della Camera Nazionale della Moda, che ha avviato una riflessione, a più voci – una delle quali è ovviamente Material ConneXion Italia, rappresentata nel Tavolo di Lavoro da Emilio Genovesi – sul tema della sostenibilità.

MC: Con le Olimpiadi alle porte, molte aziende che operano nel settore dello sport hanno sviluppato e lanciato nuovi prodotti che esaltano le prestazioni degli atleti. Dove pensi che vi sia innovazione legata ai materiali, nello sport professionistico ?

RR: Non sono un esperto di discipline sportive. Ma è chiaro che l’industria dello sport sia costantemente alla ricerca di nuovi modi per migliorare le attrezzature degli atleti. Gli sviluppi in campo tecnologico rappresentano ovviamente una forza trainante in questo settore ed in una dimensione tecnologica i materiali sono da considerarsi frontiera dell’innovazione. I prodotti per le attività agonistiche devono essere oggi altamente performanti. In particolare, c’è grande interesse nei materiali leggeri e nei risultati che questi possono dare, sia migliorando le prestazioni degli atleti, sia rispondendo alle esigenze sempre più severe dei requisiti di sicurezza dei diversi sport.
L’ingegneria degli articoli sportivi altamente competitivi e tecnicamente avanzati – abbigliamento, scarpe, dotazioni, accessori, equipaggiamento – comincia inoltre a toccare anche i temi della sostenibilità ambientale. Le prestazioni sportive ed ambientali trovano oggi un primo punto di incontro proprio grazie alla ricerca ed all’innovazione dei materiali.

MC: Quali sport rispetto ad altri pensi possano trarre maggiori vantaggi dalla scelta di materiali migliori ?

RR: Tutti gli sport, così come tutti i settori possono beneficiare di materiali innovativi. Concentrandoci in ambito sportivo, è possibile individuare due aree principali, una relativa alle attrezzature sportive, inclusi i veicoli (automobili, motociclette, ecc.) e l’altra concernente il corpo, in termini di pròtesi e disabilità.
Per quanto riguarda le attrezzature, la scelta di un materiale ad alto valore aggiunto e di una tecnologia adeguata possono creare prodotti in grado di incrementare le prestazione di un atleta in modo esponenziale, così come hanno dimostrato i ben noti casi dei costumi LZR Racer della Speedo. Si tratta di un costume in materiale idrorepellente e resistente al cloro, trattato con nanotecnologia, che rende il tessuto più leggero e a forte azione di “compressione” muscolare, per ridurre al minimo l’oscillazione in acqua, nonché l’assenza di cuciture, grazie ad un processo di termosaldatura con ultrasuoni, il che rende il corpo del nuotatore maggiormente idrodinamico. Stesso caso è il recente abito unico Turbo-Speedo di Nike, che consente presa di velocitò grazie al design high-tech ispirato alla superficie delle palline da golf, che riduce notevolmente l’attrito aereodinamico.
Sono solo alcuni esempi in cui l’innovazione materica ha avuto un tale impatto sulle prestazioni degli atleti che si incomincia a parlare di “tecnologia dopante”.
D’altra parte, le soluzioni con materiali high-tech, come i compositi ad alta prestazione, consentono lo sviluppo di protesi sportive che danno la possibilità ad atleti con disabilità di raggiungere performance del tutto paragonabili a quelle di atleti normodotati. Questi impressionanti risultati permettono ai para-atleti di liberare completamente il loro potenziale atletico, ma anche di superare le disabilità fisiche nella vita quotidiana.
Tutto ciò trae origine e passa, ancora una volta, dalla ricerca e dall’innovazione nel campo dei materiali.

MC: un’ultima domanda: qual è il tuo materiale preferito ?

RR: Mi domandi quale sia il mio materiale preferito in generale ? Se è così, la mia risposta è “la carta”.
Ricordo ancora l’emozione sottile che mi pervase, alcune decadi or sono, in un piccolo negozio vicino a Piazza di Spagna, a Roma, la mia città natale, che offriva un’ampia gamma di carte fatte a mano.
Iniziai a toccarle con leggerezza e ad odorarle, poi domandai al proprietario di mostrarmi la più preziosa.
Egli aprì uno degli sportelli della cassettiera, ne trasse una scatola con la scritta “carta per lettere d’amore” e scelse alcuni fogli di carta Fabriano.
 Ne comprai alcuni: ero entrato in quella piccola, preziosa bottega proprio per trovare della carta su cui scrivere ad Adele, la mia fidanzata d’allora, oggi mia moglie.

Intervista per CSIL

INTERVISTA A RODRIGO RODRIQUEZ per CSIL
2011

La presenza, nel sistema italiano manifatturiero e di servizi, di enti associativi e dell’amministrazione pubblica, la cui missione è di offrire supporto alle piccole e medie imprese, ha portato Materiale ConneXion Milano a proporre loro uno strumento di grande efficacia per stimolare l’innovazione, offrendo ai loro associati attraverso la consultazione della banca dati, un prezioso servizio di ricerca e consultazione.
Un esempio.

Il Comune di Milano ha acquistato da Material ConneXion Milano un pacchetto di abbonamenti per accedere al database e li ha offerti agli studi di giovani professionisti mediante tre seminari.

Gli studi interessati si registrano, impegnandosi ad utilizzare il database entro 90 giorni, per un progetto che incorporerà materiali e processi innovativi.
Tutti i progetti saranno presentati mediante una mostra presso la triennale Bovisa ed i migliori, selezionati da un comitato scientifico, saranno offerti alle aziende con sede in Milano per essere messi in produzione.

Tutti i progetti costituiranno inoltre un “archivio della creatività”, cui le imprese potranno accedere gratis.

Ecco un modello di come un ente pubblico in collaborazione con un’azienda privata di servizi, portatrice di un know how di eccellenza, può promuovere l’innovazione nel proprio territorio.

Rodrigo Rodriquez
Membro del Consiglio di Amministrazione, Material ConneXion Milano

Material Matters VI

Material Matters VI, un’introduzione

Uno degli eventi dell’Anno Italia in Giappone 2001 fu il Salone della Tecnologia
 italiana, che ebbe luogo dal 19 al 24 Maggio al Tokyo Big Sight: ebbi l’onore di visitarlo, a porte chiuse, insieme con Sergio Pininfarina, il grande industriale italiano.

Mentre percorrevamo la mostra iMade, l’innovazione materiale nell’industria dell’arredamento, concepita da Giulio Castelli e da me, curata da Frida Doveil, promossa da Federlegno-Arredo e COSMIT, realizzata da CLAC, egli mi disse “Rodriquez, questa, forse, è la presenza più interessante di questa rassegna” v’erano, tra gli altri, i padiglioni di colossi quali FIAT, Finmeccanica, Pirelli… “essa mostra come l’innovazione tecnologia italiana nasce, nelle piccole e medie imprese, nella fabbrica, attraverso il dialogo, il confronto di opinioni, tra il piccolo imprenditore e i suoi operai più bravi”.

Ne fui gratificato: aveva, autorevolmente, colto nel segno. In realtà, la propensione all’innovazione è caratteristica peculiare delle piccole e medie imprese, e non soltanto in Italia, ed è dovuta alla felice coincidenza di cause diverse: la tradizione a competere, l’immersione in una società e in un ambiente proteso verso la qualità, l’operare ciascuna impresa come un elemento di un ciclo di produzione integrato, con legami a monte e a valle e laterali, e con un alto grado di specializzazione.

Tutto ciò permette alle piccole e medie imprese, soprattutto per quelle che si collegheranno tra loro con il recentemente acquisito modello della rete d’impresa, elevata flessibilità, agevole circolazione di informazioni, ed una creativa applicazione dell’innovazione tecnologica al processo produttivo, con conseguente miglioramento del vantaggio competitivo verso i rispettivi concorrenti.

E sulle PMI si fonda il sistema industriale di alcuni Paesi europei; lo Small Business Act for Europe, emesso nel Giugno 2008, riflette la volontà politica della Commissione di riconoscere alle PMI un ruolo centrale nell’economia dell’UE e per la prima volta definisce, per le PMI, un comune quadro di riferimento tra l’UE e i Paesi Membri.

Ed il ruolo dell’innovazione ? Nella conclusione del documento 2/9/2009, COM2009/442 “Come riconsiderare la politica dell’innovazione della Commissione in un mondo che cambia” è scritto “L’analisi dei progressi conseguiti nei recenti anni mostra che l’UE ha correttamente identificato l’innovazione come uno strumento chiave per costruire un futuro prospero”. Forse oggi si sarebbe più cauti nell’uso di un aggettivo così ottimista, ma certamente senza la spinta verso l’ innovazione il futuro rischierebbe di non essere migliore del presente.

Ed è alle piccole e medie imprese, in cui si articola il sistema industriale di alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, che Material Connexion può dare un fondamentale contributo, ponendosi come facilitatore proattivo del contatto tra chi offre materiali e processi innovativi e gli utilizzatori: le aziende ed i progettisti.

Chissà se quando George Beylerian concepì nel 1997 Material Connexion, questo formidabile servizio offerto ai progettisti ed alle imprese negli USA, immaginava che un giorno anche il sistema industriale europeo, in cui prevale l’impresa di piccole dimensioni, si sarebbe giovato di quella intuizione ?

Rodrigo Rodriquez
presidente, Material Connexion Italia srl

(*) Le PMI sono definite dalla Commissione Europea come quelle aventi meno di 250 dipendenti, da ulteriormente suddividere in imprese:

micro con meno di 10 dipendenti
piccole: da 10 a 49 dipendenti
medie: da 50 a 249 dipendenti

Presentazione Marcatré

GIUGNO 1992

Fondata nel 1975, MARCATRÉ si è dedicata alla progettazione e produzione di arredi per l’ufficio, avvalendosi della collaborazione di alcuni dei migliori architetti europei per proporre prodotti e sistemi capaci di seguire l’evoluzione tecnologica e ambientale del mondo del lavoro.

Marcatré vuole posizionarsi sul mercato internazionale dell’arredo d’ufficio come espressione della cultura avanzata (metropolitana) di prodotto e di design, raggiungendo attraverso questo posizionamento obiettivi significativi di quota di mercato e di produzione in Italia.

Marcatré vuole posizionarsi nella fascia alta e medio alta del mercato, con un catalogo di prodotti articolato (tale quindi da coprire tutte le funzioni dell’arredo di ufficio) spostandosi progressivamente da un’immagine forte dei designer (Bellini) ad un’immagine forte di brand (Marcatré) e progressivamente affiancando ai prodotti la realizzazione dei servizi corrispondenti alla domanda consolidata o latente.

Il primo prodotto di MARCATRÉ é stato il Pianeta Ufficio, un sistema riconosciuto come fondamentale e archetipo, generatore di famiglie di arredi per l’ufficio.

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Fotografie di Gabriele Basilico

Oggi, MARCATRÉ offre una gamma completa di prodotti per l’Ufficio Operativo e per l’Ufficio Direzionale e Sale di Consiglio, inclusiva di Sedili e di Parete Attrezzata.
Alla progettazione di tali prodotti hanno collaborato gli architetti Mario Bellini, Giovanni Carini, Achille Castiglioni, Gilberto Corretti, Paolo Deganello, Santiago Miranda, Perry King.

La produzione è realizzata in due unità dislocate a Misinto, dove ha sede l’Azienda, e a Carugo dove ha sede la consociata Cipiemme, su una superficie complessiva di 60.000 mq., di cui 27.000 coperti.

L’obiettivo del migliore servizio al Cliente , che contempla anche la realizzazione di qualità “su misura”, è perseguito attraverso servizi di consulenza, progettazione ed assistenza pre e post-vendita. L’équipe di progettazione, il cui nucleo principale è dislocato presso la Sede centrale di Misinto, comprende tecnici, commerciali, disegnatori e programmatori CAD.

Da Misinto, nel cuore di un’area ad alta tradizione mobiliera, MARCATRÉ si è dimostrata vincente non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo: la rete di vendita in Italia conta su quattro Filiali, otto show-rooms (Milano, Torino, Firenze, Roma, Bergamo, Bologna, Padova, Verona) ed un’articolata rete di agenti e rivenditori.

In Europa, MARCATRÉ è presente con tre consociate in Inghilterra, Francia e Spagna e distributori esclusivi in Belgio, Olanda e Svizzera. La dimensione internazionale di MARCATRÉ è completata dalla presenza di distributori anche in mercati extra europei, quali Giappone e Nuova Zelanda.

Con i propri servizi e i propri prodotti, MARCATRÉ offre una risposta di qualita’ alla progettazione e realizzazione di ambienti di lavoro di ufficio: siano essi grandi complessi o piccole unità operative oppure singoli uffici professionali.