2018 – VENARIA REALE

IL DESIGN ITALIANO, questo (s)conosciuto

Come e perché è nato il design italiano
Alla fine della guerra l’Italia era un paese semidistrutto, e la gente voleva dimenticare il recente passato e collocarsi in una nuova prospettiva.
Si verificò la contemporanea presenza di tre fattori:
A) il desiderio di novità degli italiani, la presenza di alcuni capaci imprenditori che avevano compreso l’esistenza di un mercato potenziale per nuovi prodotti
B) la presenza architetti di talento che, in mancanza dei soldi necessari per realizzare edifici, si concentrarono sulla progettazione di oggetti.
C) solido tessuto di competenze artigianali
D) Inoltre, la presenza nel nostro patrimonio genetico del DNA di Leonardo da Vinci, il più grande designer di tutti i tempi, ed il fatto che le molte invasioni subite nel corso dei secoli avevano fatto dell’Italia un paese multiculturale e multirazziale, ed è anche per questo che il design italiano, così come la pizza, viene accettato ovunque, in tutti i mercati.

Il mercato USA
Un mercato che, ovviamente, si è rivelato da subito molto promettente per l’arredamento italiano sono stati gli Stati Uniti, sia per prodotti di design, sia non innovativi.
In quel mercato entrammo … dall’alto: up – down, per dirla all’americana, con un evento che segnò il lancio del design italiano nel mondo, puntando i riflettori su una nuova generazione di progettisti: Mario Bellini, Joe Colombo, Gae Aulenti, Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Alberto Rosselli, Marco Zanuso e Richard Sapper, Archizoom, Superstudio, Ugo La Pietra,

Tutto iniziò quando il MoMA incaricò l’argentino Emilio Ambasz di venire in Italia e scegliere prodotti e designer più significativi per presentarli nella grande mostra “Italy, the new domestic landscape”, inaugurata nel Settembre del 1972.
Qualche anno dopo egli scrisse: “Il design italiano è strutturalmente ambivalente: in esso convivono conformismo e riformismo; voglia di essere integrante parte del sistema o proporsi come ad esso alternativo; tuttavia proiettato a migliorare la qualità degli schemi consolidati, dedicando grande attenzione a come differenti materiali possano essere armoniosamente giustapposti e abilmente combinati, a come i diversi elementi componenti di un oggetto siano ciascuno ben costruito e tutti sapientemente collegati, a come la qualità dei colori, dei disegni e della connotazione psicosensoriale delle superfici sia sapientemente accentuata.”

Nel 2002, essendo io Presidente di FederlegnoArredo, chiesi a Emilio Ambasz se avrebbe accettato di partecipare, in qualità di relatore d’onore, a un seminario, organizzato a New York durante gli eventi di Abitare Italia, sia per ricordare il 30° anniversario della mostra al MoMA, che per ragionare su se e come questo evento, avesse influenzato il design degli Stati Uniti. Tra le opinioni emerse dal dibattito, prevalente fu quella secondo la quale furono soprattutto le Scuole di Design ad avere ricevuto vantaggi e impulsi da quella mostra.

Il design italiano: interazione tra designer ed imprenditore
Un aspetto che mi preme, anche per interesse … personale, mettere in luce è il fondamentale ruolo svolto dall’imprenditore nel processo che parte dalla creatività del progettista.
L’imprenditore sensibile ai weak signals provenienti dal segmento di mercato cui la sua azienda si rivolge, mette a disposizione dell’idea innovativa proposta dal designer, le strutture e il know how della propria azienda, mediante quattro passaggi:
A) la creazione del prototipo, o, meglio, la prima materializzazione dell’idea, che si avvale della abilità e delle competenze degli artigiani prototipisti: sintesi tra cervello, cuore e mani
B) l’ ingegnerizzazione, che mette a punto il processo sfruttando la capacità produttiva e le strutture dell’azienda,
C) la fabbricazione,
D) la commercializzazione,
E) la comunicazione. Ed il contenuto innovativo dell’idea originale deve trasmettersi con continuità da uno stadio all’altro: questa è “la qualità totale italiana: “the Italian Total Quality”
Avete notato quanti designer stranieri vengono a lavorare in Italia? Ciò non avviene per caso e illustra l’importanza dell’interazione fra il designer e l’imprenditore nella creazione di nuovi prodotti. I designer trovano in Italia ciò che non trovano nel proprio paese.

In molti Paesi ci sono promettenti designer ed eccellenti scuole, ma mancano aziende disposte a rischiare e capaci di cogliere la presenza del talento. A chi gli chiedeva perché lavorasse sempre in Italia, Philippe Starck rispose un giorno: “Perché sono un designer italiano nato per caso in Francia”.

Le Scuole di Design in Italia

La prima Facoltà Universitaria del Design fu costituita dal Politecnico di Milano nel 2000; in precedenza esisteva praticamente soltanto la ben nota Domus Academy, fondata nel 1982 dalla lungimirante famiglia Mazzocchi.

Come dunque ha potuto fiorire il design italiano sin dagli anni ’50 ?

Una convincente risposta alla domanda la dette Vico Magistretti, durante una presentazione che lui ed io tenemmo presso la Design School di Dundee, in Scozia. Una studentessa – capelli rosso tiziano, occhi celesti, graziose microlentiggini sul volto candido – chiese a Vico come mai in Gran Bretagna esistessero molte scuole di design specializzate ma non esistesse il Design britannico, mentre in Italia si verificasse l’opposto. Vico rispose “because we Italian architects and designers we have studied Greek and Latin”. Dunque: il design italiano è figlio della cultura umanistica, anzi, dell’umanesimo.

Oggi il Consorzio POLIDESIGN della Scuola del Design del Politecnico di Milano offre Corsi di Alta
Formazione e Master, i cui elenchi Vi sto mostrando. ( allegato 1 )

Il sistema dell’arredo

E’ articolato in cinque soggetti, con pesi diversi

A) l’artigianato. Se mi domandaste se il design italiano esisterebbe senza che l’artigianato fosse stato e continui ad esistere. Vi risponderei di no.
La ralizzazione dei prototipi, almeno prima dell’arrivo del 3D, richiede competenze e sensibilità tipiche dell’artigiano, che possiede anche conoscenze trasversali dei materiali e
delle loro presazioni.
B) l’imprenditore: ve ne ho già parlato
C) soprattutto nella fase iniziale del fenomeno, commercianti sensibili, pionieri, orgogliosi del loro mestiere e desiderosi di educare il gusto dei propri clienti
D) la stampa di settore
E) il Salone del Mobile

per descrivere il Salone, vi leggo le Linee Guida ( allegato 2) che definimmo nel 2001,in uno scambio di idee che, essendone vicepresidente in quanto presidente di FederlegnoArredo, insieme con il presidente del COSMIT Rosario Messina e l’amministratore delegato Manlio Armellini: un decalogo applicabile anche ad altre fiere che ospitano prodotti ricchi di valori immateriali.

Nel 2000, insieme con Alberto Seassaro, il Preside della appena nata Facoltà di Design, decidemmo di lanciare tra tutte le Scuole Superiori di Design del mondo, un tema da discutere durante il Salone dell’anno successivo (allegato 3), stimolando ad inviare paper che, selezionati, erano presentati in una giornata dedicata, preceduti da una tavola rotonda tra imprenditori ed esperti di quel tema. Era un modo per toccare le Linee Guida E), F), H)

Materiali

Parliamo ora del contributo dei materiali all’evoluzione del progetto.
Sul rapporto tra il designer ed il materiale che egli, insieme con l’azienda, sceglie per materializzare la sua idea, cito le parole di Gigi Sabatini, designer/ artista di oggetti in metalli preziosi che così parla della cosa che più ha amato, il suo lavoro “Alla materia mi avvicino in punta di piedi per non svegliarla bruscamente dal suo cosmico letargo, per sintonizzarmi sulle sue tacite tendenze. Poi comincio un timido colloquio per interpretarne i gusti, le inclinazioni, i desideri, per conoscere il suo modo di esprimersi, per parlarle senza violenza. Infine, con una tecnica fatta anche di rispetto e amore alla sua natura, faccio con essa quello che vorrebbe fosse fatto. Così nascono le nostre cose. Si, ho detto nostre. Perché sono mie soltanto a metà. L’altra metà appartiene alla natura della materia, con cui ho ormai stabilito una corrispondenza di sentimenti, di affetto”

Ma, da altro punto di vista, l’azienda ed il designer devono oggi tener conto, nella scelta dei materiali e dei processi, possibili grazie alle nuove tecnologie, di criteri quali la eco-sostenibilità ed il risparmio energetico. Il designer dovrà arricchire la propria conoscenza, direi la propria sensibilità, circa le caratteristiche prestazionali dei diversi materiali disponibili, cogliendone la loro fruibilità psicosensoriale, e, soprattutto, dei criteri su cui fonda l’Economia Circolare.

Economia Circolare

Permettetemi di dedicare qualche minuto a questo concetto.

Prendo le mosse dal tema che Paola Antonelli ha suggerito per la XXII Triennale:

“Il 2 agosto 2017 è stato l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità ha consumato la quota annuale di risorse naturali rinnovabili del pianeta e ha raggiunto la sua massima capacità di assorbimento di CO2.

L’Overshoot Day non si è mai verificato così in anticipo da quando è stato identificato per la prima volta negli anni Settanta. Indica un segnale di allarme ricorrente, che ricorrentemente trascuriamo. Il nostro rapporto con la natura è fatto da una miriade di legami diversi e l’Overshoot Day suggerisce che alcuni di questi legami possano essere stati troncati in maniera irreversibile e irreparabile.

Per tentare di restaurarli, laddove possibile, dobbiamo passare a una modalità di riparazione e guardare al nostro rapporto con la natura in un modo nuovo. Broken Nature ci induce a cambiare il nostro modo di pensare all’ambiente – trattando in modo interconnesso la vita umana e animale a ogni livello, il mondo industriale e quello naturale, i sistemi economi e politici alla stregua degli ecosistemi naturali – superando l’atteggiamento di semplice rispetto e di ansia ipocrita, per indirizzarsi invece verso un senso di riconoscenza costruttivo.

La XXII Triennale definirà l’idea di un design “restaurativo”, raccogliendo esempi recenti e più antichi, da campi diversi e con diverse applicazioni, con lo scopo di istituire un nuovo ambito di ricerca e di azione.”

In questo quadro, dobbiamo essere consapevoli che l’economia lineare ‘produci, consuma, butta’ non é più sostenibile e va quindi sostituita con l’economia circolare ‘produci, consuma, recupera’ , un cambiamento radicale di prospettiva.

Vi mostro un libro, forse il primo libro che affronta in modo sistematico il tema del rapporto tra Neomateriali ed Economia Circolare, redatto da due miei colleghi di Material Connexion.

Questo rappresenta una occasione formidabile per il design italiano, che può contare sull’umanesimo presente nel proprio DNA, e della propria capacità di sviluppare prodotti innovativi attenti alla green economy, così concorrendo alla costruzione di una nuova grammatica estetica, ed a modulare l’Antropocene, l’era geologica nata con la rivoluzione industriale – l’industry 1.0 – verso un’economia sempre più orientata alla circolarità.

E questa sensibilità ha già degli interessanti esempi, che mi è gradito mostrarVi ( allegato 3 )

Un altro esempio è SIEXPO, un progetto che la mia società ha costruito insieme con ReMade in Italy, società a partecipazione pubblica che promuove a livello nazionale ed internazionale, i prodotti ecosostenibili del “made in Italy” e derivanti dal riciclo.

SIEXPO, Sostenibilità e Innovazione per EXPO 2015, ha costruito un catalogo di circa 450 prodotti e materiali conformi ai criteri di sostenibilità ambientale, suggeriti per la costruzione, l’attrezzaggio e l’arredamento dei padiglioni dell’EXPO 2015 destinati ad essere distrutti alla fine dell’evento.

Consentitemi una autocitazione laudatoria: nel 1997 avevo organizzato, ospitata nella Triennale di Milano, una mostra di prodotti fatti con materiali di riciclo, versione italiana della mostra realizzata a Miami nel 1995 dall’Arango Design Foundation, del cui Consiglio Direttivo ero membro. Ecco l’immagine della copertina del catalogo (allegato 4)

Design for All

Un’altra dimensione delle responsabilità che chi progetta prodotti o servizi riguarda l’attenzione alle diversità degli utilizzatori di quei prodotti e di quei servizi: mi riferisco al Design for All, di cui annoto una breve descrizione:

“Il DfA è una metodologia progettuale inclusiva basata su un approccio sistemico e olistico, necessariamente multidisciplinare; esso è partito dall’analisi della disabilità, per poi gestire le esigenze di tutti e promuovere gli interventi per adeguare l’ambiente a tutti.

E’ uno strumento per l’integrazione sociale, che parte dall’affermazione, anzi dalla constatazione, che la diversità umana è una risorsa utile e approda di conseguenza nel progettare manufatti e ambienti con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita degli individui valorizzando le loro specificità.

In altri termini, lo scopo del Design for All è offrire a tutti pari opportunità di partecipazione in ogni aspetto della vita sociale. Per realizzare questo scopo, l´ambiente costruito, gli oggetti quotidiani, i servizi, la cultura e le informazioni, in breve ogni cosa progettata e realizzata da persone perché altre la utilizzino, deve essere accessibile, comoda da usare per ognuno e capace di rispondere alle diverse abilità ed esigenze.”

Industria 4.0

Entro nel merito, con una domanda a cui non sappiamo – dare ancora risposta: come il design e conseguentemente il mestiere di designer cambierà a causa di Industria 4.0, la rivoluzione digitale che attraverserà tutti i campi del sapere e del fare, e del modo in cui le aziende produrranno i loro prodotti attraverso crescente integrazione di sistemi cyber-fisici, e in reti interattive ? i consumatori, a loro volta, come godranno dell’Internet delle cose, il c.d. Internet of things ?
E, più in generale, come sarà il mondo, quando la Geografia sarà totalmente sostituita dalla Connectografìa, secondo la lungimirante visione di Parag Khanna, docente alla National University di Singapore, la cui copertina del recente libro qui vi mostro.

IHSI, Dubai

Concludo, traferendovi il mio lieve turbamento che ho provato partecipando, a Dubai, nel Gennaio di quest’anno all’Internationai Conference on Intelligent Human Systems Integration: Integrating People and Intelligent Systems: tre intensi giorni in cui i circa 200 delegati hanno presentato e discusso approcci, strumenti di progettazione, metodologie, tecniche e soluzioni innovative per l’integrazione di persone, automazione e tecnologie intelligenti, e sistemi cognitivi artificiali in tutte le aree dell’attività umana.

Attraverso l’adozione di un approccio alla progettazione ibrido, che utilizza e amplia l’attuale sapere sul design human-centered e sui sistemi intelligenti supportati da software e ingegnerizzazione cognitivi, sono state presentate analisi delle tecnologie generative di intelligenze artificiali, simulazioni socioeconomiche su larga scala e visualizzazione al computer di nuova generazione.

A chi è interessato posso fornire il link per gli atti.

Si, il mondo di domani sarà diverso da quello di oggi.

Ma diverso come ?…

Rodrigo Rodriquez
Venarìa Reale, 21 Marzo 2018