2014-Tokio RE-LIGHTING Gino Sarfatti

Re-lighting Gino Sarfatti

Tokyo, Giovedì 29 Maggio 2014

Nella grande – 2.100 mq su tre piani – show room di Cassina Japan, in Aoyama, FLOS ha presentato re-illuminare Gino Sarfatti: cinque delle oltre seicento lampade progettate tra il 1939 ed il 1973 per la sua Arteluce sono state re-ingegnerizzate, per dotarle della tecnologia dell’oggi, rispettandone la forma ed il rapporto psicosensoriale con il fruitore.

Un delicato lavoro di interpretazione della volontà di questo probabilmente il maggiore designer italiano della luce, rispondendo alla domanda “come Gino Sarfatti, che progettava a partire dai componenti e dalle sorgenti luminose disponibili, avrebbe utilizzato la tecnologia led?”

Evento organizzato alla giapponese, cioè impeccabilmente: il mio tempo era stato scandito in modo che, senza fretta, e godendo ciascun capitolo del programma, ho rilasciato tre interviste di 45 minuti ciascuna a tre autorevoli testate, ho condotto un press guided tour per circa 30 giornalisti, e sinteticamente illustrato l’iniziativa durante il Reception Party ai circa 600 ospiti.

 

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Rodrigo Rodriquez with Mr. Sosuke Fujimoto (architect)

 

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Rodrigo Rodriquez con Toshiaki Horio

 

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Rodrigo Rodriquez

 

Doppia emozione, per me che avevo fondato Casssina Japan, parlare, là, di prodotti FLOS. E a stimolare i ricordi per quella felice operazione, il bel regalo della foto, portatami da Horio, del primo stampo del Maralunga giapponese.

Rodrigo
1° Giugno

 

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1966 – Milano – Measurement of Responsibility

Il Time Span of Discretion

Nei circa tre anni – dal 1962 al 1965 – in cui ho lavorato come impiegato alla Rhodiatoce s.p.a. nel team incaricato di realizzare il piano di Job Evaluation, divenni uno specialista di questo metodo di gestione del personale, allora di moda, ma sopratutto mi aggiornai, curioso ed ambizioso com’ero, sulle nuove discipline concernenti la direzione del personale, in Italia in altri Paesi.

Lo stipendio era modesto ( se ricordo bene, 190.000 lire nette ), ma generose le concessioni per anche costosi training all’estero, a carico della Società.

Il prof. Carlo Actis Grosso, direttore dell’ISPER, Istituto per la Direzione del Personale con sede a  Torino, cui la  Rhodiatoce si era rivolta per addestrarci, mi parlò un giorno di una tecnica di Job Evaluation diversa dalla nostra, pensata da un certo Elliott Jaques, psicanalista canadese (*) e sperimentata con successo alla Glacier Metal Company, una grande azienda elettromeccanica britannica il cui CEO e Managing Director Sir Wilfred Brown ne aveva fatto la leader nel proprio settore, ma soprattutto un esempio preclaro di gestione fondata su criteri innovativi, soprattutto per la direzione delle risorse umane.

Le esperienze condotte nella sua azienda avevano poi indotto Sir Wilfred a fondare il Glacier Institute of Management, con sede a Londra, per renderle disponibili a chi volesse sperimentarle altrove.

Con l’accordo, anzi con l’esortazione di Leone Cavazzoni, il mio capo, parto per Londra, e, dopo un breve seminario all’autorevole Tavistock Institute of Human Relations, frequento un high immersion seminar al Glacier Institute, ascolto con attenzione le lezioni di Elliott Jaques, studio e imparo il suo Time Span of Discretion, che traducemmo in italiano in Periodo di Autonomia.

Seguace convinto di Melanie Klein, Elliott aveva distillato, dagli studi sull’ansia di questa allieva di Sigmund Freud, quel parametro temporale per classificare i Job: il periodo di tempo durante il quale il dipendente era autorizzato, anzi doveva far uso della propria discrezionalità per svolgere i compiti assegnatigli; o, in altra prospettiva, il tempo intercorrente tra una decisione presa e il momento in cui il capo non ne avesse riscontrato un’inefficacia marginale ( attenzione, non un errore ).

A detta degli esperti, ad es., Peter Drucker, il Time Span of Discretio è stato  forse il più importante contributo individuale alla misurazione del livello del lavoro, alla valutazione del potenziale, alla programmazione dei sentieri di carriera ed alla elaborazione delle strutture retributive.

Approfondisco l’argomento, ne parlo con esperti più esperti di me, incuriositi più che convinti, traduco, per le edizioni ISPER, insieme con la mia valente collega Alessandra Ottolenghi, il Measurement of Responsibiliy, intitolandolo “La valutazione delle Responsabilità”.

Tra addetti ai lavori si incomincia a parlare di questo metodo, che in realtà è  la punta di un iceberg di una nuova teoria organizzativa, tuttavia applicabile  soltanto alle aziende che sono invero la maggior parte, che non hanno ancora virato verso strutture a matrice, o, comunque, in cui la verticalità prevale sull’orizzontalità.

Decidiamo, il prof. Carlo Actis Grosso ed io, di organizzare un seminario riservato al top management delle imprese italiane, per presentare Elliott Jacques e la sua nuova teoria di management, da luidescritta  in alcuni libri pubblicati da Heinemann, soprattutto The changing Culture of a Factory, Exploration in Management, Glacier Project Papers, scritto con Wilfred Brown.

Chiedo a Elliott, con cui è nato un buon rapporto, se sia disponibile a condurre questo seminario; egli accetta subito, nonostante un fee modesto.   In realtà, e lo dico con piacere, egli ha l’ingenua e nobile convinzione di chi sa di possedere una nuova verità, e considera proprio dovere farne parte a chi può diffonderla e usarne.

Nonostante l’alta quota di partecipazione – non ricordo quanto costasse, né ne trovo traccia nel mio archivio – si iscrivono in molti.

Durante il seminario, i presenti si dividono in tre gruppi: gli entusiasti, gli interessati con cautela, i dissenzienti; ricordo ancora due amministratori delegati allontanarsi, l’uno bofonchiando, l’altro dicendo a voce alta “cazzate”.

La presenza di Elliot Jacques a Milano suscita interesse tra gli psicologi, in particolare gli psicologi del lavoro.

Uno di essi, psicologo stimabile, Gino Pagliarani (fondatore della “polemologia”), mi chiede di poter avere Jacques come ospite d’onore ad un seminario che egli aveva organizzato all’Umanitaria. Un poco riluttante, Elliott accetta.

Situazione imbarazzante: Gino Pagliarani aveva letto troppo velocemente le opere dell’ospite, e come talvolta succede per chi, in buona fede, dà alle sue letture una curvatura coincidente con l’orbita del proprio pensare, gli pone una domanda, da cui capisco che l’idea di misurare il livello di autonomia con il metro (?) dell’ansia, lo ha affascinato: “Prof. Jacques, would your Time of Discretion be applicable also to decisions taken by the Pope ?”   Elliot mi guarda esterrefatto.    Io, superando la mia innata timidezza, intervengo con una fuorviante risposta che ovviamente non soddisfa nessuno, men che meno me stesso.

Da allora, non ho più visto Elliott.

Per quanto riguarda un piano di Job Evaluation fondato sul Periodo di Autonomia, lo avviai quando mi spostai dalla Rhodiatoce alla 3M Minnesota Italia, allorquando la prima chiuse perché qualcuno si era dimenticato la data di scadenza  del brevetto sul Nylon o sul Terital, non ricordo bene.   E il giorno dopo la scadenza i giapponesi avviarono il grande l’impianto che avevano preparato da tempo, e misero il prodotto dll Rhodiatoce fuori mercato.

RR

VIII ‘14

( * ) noto, come poi appresi, sopratutto per la Sua teoria “Death and the Mid-life Chrisis”, che fece scalpore quando egli la pubblicò pubblicata nel 1965, sull’International Journal of Psychoanalysis

 

inglese

 

Elliott Jaques, 2 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2009 – PONTEDERA MUSEO PIAGGIO – catalogo iDEA

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Creactivity, Estetica e Tecnologia nel Design

Non so come questo tema sarebbe stato affrontato diciamo circa 20 anni fa, tanto è cambiato, da allora, il significato di design.

Oggi, al designer si chiede di cavalcare l’evoluzione dei contesti in cui viviamo, e di offrire sintesi efficaci e costruttive tra emozione, pensiero ed azione.

Si chiede altresì di tenere conto, nella scelta dei materiali e dei processi che daranno corpo alla sua idea innovativa, di parametri quali la sostenibilità, il risparmio energetico, i bisogni dei molti gruppi di consumatori in cui si articolano i mercati del mondo d’oggi, da quello dell’affordable luxury a quello dell’equo solidale.

Ogni passo in avanti della tecnologica – si pensi a quelle innovazioni che alterano la percezione del rapporto dell’utente con lo spazio e/o col tempo –  genera un senso di spaesamento, di microansia a doversi misurare con il nuovo. Al designer si chiede di progettare, ed all’industria di produrre, oggetti e servizi incorporanti quella tecnologia, con interfacce che i consumatori comprendano e sappiano usare.

L’eccesso di gradi di libertà offerti da un cellulare piacevole a vedersi ed a tener fermo tra bocca e orecchio deve essere avvertito come un superfluo tranquillizzante, non come rimprovero per il tuo non saperne fruire.

Ma il designer resta, per dirla con Bruno Munari, un progettista dotato di senso estetico che lavora per dare un servizio alla comunità.

L’economista John Galbraith, in una conferenza del 1973 a Copenhagen sul tema “Economy of Beauty” afferma che “una volta soddisfatti i bisogni primari, i consumatori acquisteranno beni o servizi prevalentemente in relazione alla loro qualità estetica”.  Siamo già arrivati a questo punto ?

Consideriamo, in questo quadro, il successo del design italiano, anzi del Made in Italy, fondato sul bello di qualità, espresso non soltanto dai prodotti, ma del ben vivere quotidiano.    Esso nasce da un’istintiva armonica combinazione tra forme significanti e, mi si passi il termine, belle, e utilizzo di materiali, tecnologie – inclusi i vettori fluidi di informazioni e di energie – e processi di fabbricazione: un saper fare ricco di innovazione non visibile.

Forse, il ruolo del ( buon )  design italiano è proprio quello di essere un ponte tra la cultura scientifica tecnologica e la cultura umanistica.

E chi forma i designer in Italia deve offrire allo studente la strumentazione intellettuale ed affettiva per nutrire il proprio talento con i valori presenti in quel ponte.   ISIA Design Firenze ha raccolto questa sfida.

 

Rodrigo Rodriquez

Presidente ISIA Design Firenze

Creactivity, Estetica e Design, 16 III 09