2013 – Rimini

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Intervento Rodrigo Rodriquez, Rimini, Ecoarea, 9 Novembre 2013

Nella mia esperienza in Cassina, il dialogo con questo signore che mi è accanto, Paolo Deganello, è stato sempre un ingrediente stimolante, spesso reciprocamente graffiante. Mi ricordo di un giorno, circa 30 anni fa: Paolo aveva disegnato tra le altre cose un molto interessante divano/chaise longue, che poi chiamammo Torso: sul nome da dare a questo bell’oggetto questo nome litigammo per venti minuti, io in una cabina telefonica di Città del Messico, costretto a infilare nel telefono una moneta da cinque pesos ogni minuto, perché lui voleva chiamarlo “body”, ed io sostenevo che avremmo avuto difficoltà a vendere nei paesi anglosassoni un “cadavere”…

Ho il piacere di essere stato qui chiamato per parlare di Material Connexion,

Permettetemi tuttavia di farvi una breve introduzione. Intanto, l’essere l’ultimo a parlare in una giornata e mezzo dense in cui è articolato questo convegno, significa essere stato toccato e stimolato da molte idee, e quindi mi sento, in questo momento come uno che sta metabolizzando, addirittura digerendo, qualcosa che è contemporaneamente nutriente e lievemente indigesto.

Detto ciò, mi introduco nel bell’impianto del convegno che Giampaolo Proni ha concepito, toccando tre punti, due dei quali sono parte del titolo e un altro perché è stato citato diverse volte.

Nel titolo si parla di artigianato e di design, e negli interventi è stata spesso citata “la diversità”.

Il sapere artigiano, sintesi continua tra pensiero e azione, ha reso la bottega artigiana come luogo della perenne innovazione e creatività, A Paolo non piace che si parli di creatività ma io gli chiedo il permesso di offrirvi una definizione che mi sembra felice: creatività è unire degli elementi esistenti con connessioni nuove.

Flaviano Celaschi ha citato il liutaio come paradigma dell’artigiano. Io la scorsa settimana sono andato da un orologiaio perché mi si era rotto l’orologio disegnato da Charles Rennie Mackintosh nel 1927, dopo che il mio bravo orologiaio di fiducia mi aveva detto: io non ci riesco. Allora ho telefonato alla Confartigianato e ho chiesto: chi è il miglior artigiano orologiaio d’Italia ? Gabriele Ribolini, mi hanno risposto. – E dove sta? – chiedo. A Sant’Angelo Lodigiano. Allora gli telefono ed egli accetta di visionare il mio orologio, dopo di che mi dirà se avrà voglia di ripararlo. L’ha riparato egregiamente. In questa incredibile bottega artigiana – e vi consiglio di guardare su internet, www.gabrieleribolini.com il suo sito – c’è un signore che mi ha raccontato che non sapeva niente di orologi. Un giorno un suo amico gli ha chiesto: “Mi aggiusti questo orologio? mi serve entro stasera” “L’ho smontato tutto l’ho rimontato, e, con mia sorpresa, ha ripreso a funzionare; e da quel momento in poi sono diventato orologiaio” mi ha raccontato Gabriele. E, come diceva prima Flaviano parlando dei liutai, egli costruisce da solo anche macchine che gli servono per costruire gli orologi. Un capolavoro.

Sul design, anzi sul design italiano, vi voglio citare una definizione che ne ha dato Emilio Ambasz. Emilio Ambasz è un architetto argentino che nel 1972, essendo il curatore della collezione permanente del design al MoMA di New York, ha realizzato la mostra che ha permesso agli USA di conoscere il design italiano dal titolo: Italy: the new domestic landscape; in quell’occasione, Emilio ha dato una definizione che ora vi leggo in italiano: definizione che mi interessa anche perché si parla di materiali, collocandoli come ingrediente costitutivo del design italiano: “Il design italiano è strutturalmente ambivalente, in esso convivono conformismo e riformismo, voglia di essere integrante parte del sistema e proporsi ad esso come alternativo. Tuttavia, progettato a migliorare la qualità degli schemi consolidati, dedicando grande attenzione a come differenti materiali possano essere armoniosamente giustapposti e abilmente combinati, a come diversi elementi componenti di un oggetto siano ciascuno ben costruito e sapientemente collegato agli altri, a come la qualità dei colori, dei disegni e della connotazione psicosensoriale delle superfici sia sapientemente accentuata”. Bravo! Recentemente, per il trentesimo anniversario della mostra Italy: the new domestic landscape, ho organizzato a New York un incontro con lui e altri personaggi per fare il punto su come quella mostra avesse influito sul design americano.

La diversità…la diversità è valore, parto dalla breve frase di Thomas Friedman che dice Average is old, e cioè lo standard è ormai superato, ed approdo alla definizione che ne dà uno scrittore senegalese il cui nome è Papa Ngady Faye, ma lui si firma Amadou: forse qualcuno di voi lo conosce: “L’unica risposta possibile, nei rapporti tra individui come nelle relazioni tra popoli, è lavorare affinché l’altro non attenui mai ciò che lo rende diverso da me. Questo è l’unico modo che conosco per viaggiare verso di lui perché, se anniento la sua diversità, distruggo anche la strada che mi porta sino a lui. Annullo il senso del mio cammino. Annullo me stesso”.

Materiali. Ho trovato due esempi di materiali che vale la pena che voi conosciate. Il secondo è nato nel 2013, sto leggendo dalla newsletter di Paolo Deganello che si chiama LIB21: Il 22 febbraio del 2013, la società Flos (scrive Paolo nella sua Newsletter) produttrice dal 1991 di un prodotto di grandissimo successo disegnato da Philippe Starck (parentesi pertinente: Philippe Starck è l’espressione di uno dei punti forti del design italiano: il fatto che vengano a lavorare in Italia designer non italiani, che non lavorano a casa loro, ma vengono qui: perché? Perché l’imprenditore italiano – parlo, permettetemi, con l’orgoglio del mestiere – è capace di parlare il linguaggio, non la lingua, di qualunque designer ed è quindi capace di far esplicitare il talento che esiste in lui.)
Philippe Starck, tra l’altro molto simpatico, essendo qualche anno fa con lui a New York ad una presentazione del Salone del Mobile, ad una giornalista che gli ha domandato: “Ma tu perché lavori in Italia? Tu sei un designer francese” ha risposto “Je suis un designer italien qui par hazard est né en France”, io sono un designer italiano che per caso è nato in Francia.

Philippe Starck, dunque, ha disegnato un abat-jour che si chiama Miss Sissi, attualmente prodotta in policarbonato, una plastica che, dice Paolo Deganello, in acqua marina impiega circa 400 anni per decomporsi; ma nel febbraio 2013 noi abbiamo proposto al mercato la stessa lampada, prodotta con bio-on, cioè un biopolimero, ricavato dagli scarti della barbabietola da zucchero, che ha il grande pregio di decomporsi in 10 giorni.

Il primo è il celluloide. Nel 1850 un’azienda americana che faceva palle da biliardo, esattamente la Ferrand & Hollander, avendo saputo che la produzione di avorio con cui facevano le palle da biliardo provocava la morte di 12.000 elefanti all’anno hanno cercato e scoperto un materiale composto di nitrato di cellulosa e canfora messa a punto da un giovane tipografo che si chiamava John Hyatt, come gli alberghi, e questo materiale ha sostituito l’avorio e l’ha chiamato celluloide.

Material Connexion, ora.
Negli anni ’90 un armeno, George Beylerian, alto dirigente della società americana di mobili per ufficio più grande del mondo, la Steelcase, con, allora, 2.500 dipendenti, un parco veicoli di 1.500 big trucks blu – quando sono andato a visitarli, per vender loro la controllata statunitense della Cassina, sono venuti a prendermi a New York con un loro aereo – ebbe un’idea; ma perché non diamo anche a tutti questi nostri clienti importanti la possibilità di avvalersi di un servizio particolare, quello di metterli a contatto con tutti i materiali e processi innovativi che nascono nei laboratori delle università americane e in quelli di ricerca delle aziende produttrici di materiali ?

La sua proposta fu accolta, e la Steelcase costituì una divisione dedicata a questo servizio offerto ai clienti, che ebbe immediato successo, tanto che a un certo punto egli chiese alla Steelcase di poter fare uno spin-off e farne una propria azienda. Pagò, uscì, e nacque Material Connexion Inc. e, guarda un po’: negli Anni ‘90 avveniva la rivoluzione dell’immateriale, dell’informatica, ed egli, nel 1997, dette vita all’azienda che è il più importante centro del mondo di raccolta e di consulenza sui materiali e i processi innovativi.

Consolidata la presenza nel mercato USA, George decise di dare licenze di know how e di servizio in altri Paesi. L’ Italia fu il primo, e nel 2002 nacque Material Connexion Milano srl; recentemente ho acquistato le quote di questa azienda, mantenendo solo un importante socio, la FederlegnoArredo, con una partecipazione simbolica; e cambiando “Milano” in “Italia”. Altri licenziatari sono attualmente a Colonia, Hong Kong, Bangkok, Pechino, Daewoo in Corea, Istanbul, Svezia, Tokyo. Che cosa facciamo? Gestiamo il più grande archivio che c’è in Italia di materiali e processi produttivi innovativi e sostenibili, consultabili in abbonamento per avere informazioni tecniche e commerciali di nuovi materiali. Abbiamo una materioteca con 6.500 materiali, consultabili fisicamente e accessibili via web: polimeri, ceramici, vetri, metalli, cementi, materiali a base di carbonio, bioplastiche. I nostri servizi sono costituiti dall’accesso alla materioteca che permette di consultare l’archivio, e poi ricerche personalizzate sui materiali, sulla base di briefing forniti dal cliente. Per esempio, di recente la consociata italiana della Samsung ha chiesto di poter fare una ricerca sui megatrends dei materiali con cui verranno nel tempo costruiti i telefonini; una curiosità: nella mappatura dell’esistente i miei collaboratori hanno trovato un telefonino cinese con incorporato un rasoio elettrico, così mentre telefoni ti puoi fare la barba.

Abbiamo una serie di collaborazioni con enti pubblici per dar luogo a progetti volti ad aumentare l’innovazione e creare collegamenti con le scuole. Ecco la copertina di un catalogo di “Un designer per le Imprese”, un’iniziativa ora giunta al quarto anno. La Camera di Commercio di Milano ha finanziato questa idea, individuando, con il nostro aiuto, piccole e medie aziende che avevano bisogno di prodotti nuovi, e noi abbiamo creato il collegamento con le scuole di design facendo lavorare gli studenti con un briefing indicato dall’azienda, fornendo quindi agli studenti un’occasione per conoscere, dall’interno, il mondo della produzione.
Hanno chiesto di inserirsi a questa iniziativa che ha dato buoni esiti, anche le Camere di Commercio di Monza e di Como e di recente anche la Provincia di Milano.

Mi piace constatare che le Camere di Commercio della Lombardia, ma forse ce ne sono anche in Emilia Romagna, sono attente a valorizzare il potenziale di creatività nel loro territorio, e questo in un momento in cui l’unico modo per le aziende di sopravvivere è quello di avere un vantaggio competitivo consistente in prodotti innovativi, diventa anche un modo per aiutare il sistema e ridurre la disoccupazione.

Altre attività. Organizziamo workshop presso grandi aziende, e dal prossimo anno, la Material Academy, consistente in corsi di una o due settimane insieme ad università disponibili a collaborare con noi.

Due giorni fa abbiamo concluso il primo Context, un concorso per giovani designer interessati a usare materiali innovativi, insieme a una primaria rivista di informatica che si chiama Wired. Wired è nata negli anni ‘90 e nel tempo ha spostato il baricentro della politica editoriale dedicata all’informatica a tutto quel che riguarda l’innovazione. Essi ci han chiesto di fare qualcosa insieme ed è nato questo Context, cui ha partecipato circa 50 giovani studenti e designer, votati su web dal pubblico.

Il modo con cui si accede alla materioteca via web permette di avere molte alternative, cliccando sui materiali e chiedendo successivi approfondimenti. Il servizio di accesso alla materioteca è a pagamento, per i professionisti 250 euro più iva all’anno, per le piccole imprese 500 euro all’anno e per le grandi aziende 1.200 euro all’anno. Per le scuole invece sono previsti degli sconti: per esempio abbiamo fatto un accordo con la Facoltà di design di Milano dove gli studenti pagano solo 30 euro all’anno per abbonarsi.

Come avrete compreso, il nostro ruolo è di essere cerniera proattiva di facilitazione nel contatto tra un’azienda che vuole innovare e il know-how materializzato che esiste nella nostra azienda.

Mi avvicino alla conclusione parlandovi di un signore che è molte importante nella storia dei makers. Ho avuto il piacere di incontrare Chris Anderson, autore di questo libro fondamentale intitolato Makers. Il ritorno dei produttori, pubblicato da Rizzoli. L’ho conosciuto in occasione di una missione realizzata dalla Fondazione Bassetti sul tema Innovation with Beauty: uno degli eventi è stato un dialogo tra Chris Anderson e Stefano Micelli. È stato molto interessante perché Stefano, autore di Futuro Artigiano, che certo conoscete, è, nel confronto di opinioni, arrivato ai makers, partendo dalle radici italiane rinascimentali. Chris invece è partito dalle tecnologie, parlando della quarta rivoluzione industriale, ed a quel punto mi sono sentito di fargli una domanda impertinente: per favore, mi parli dell’artigianato americano? Ovviamente mi ha risposto con tutt’altro. E allora ho sentito l’orgoglio di essere italiano, specialmente in questo periodo, perché l’artigianato di cui stiamo parlando in questi giorni viene da lontano, è l’espressione di un autentico umanesimo: ciò mi suscita un ricordo che desidero condividere con voi.

Anni or sono ero con Vico Magistretti nella Design School di Dundee, Scozia: edificio funzionale, per ogni studente un attrezzato banco da lavoro, ogni quattro studenti un tutor, insomma, infrastrutture e attrezzature perfette. Noi abbiamo parlato di design italiano, lui da (grande) designer e architetto, io da imprenditore, e toccando l’argomento formazione al design, abbiamo raccontato che in Italia non v’erano scuole di design, all’epoca la Domus Academy era appena nata, e la prima Facoltà del Design, quella del Politecnico di Milano, era là da venire. Una studentessa si alza, mi ricordo ancora, capelli rossi, graziose lentiggini ed occhi celesti, e chiede: Come mai voi in Italia non avete scuole di design ma avete il design mentre noi abbiamo le scuole ma non abbiamo il design ?
Vico Magistretti ha risposto: “perché in Italia noi studiamo il greco e il latino”.