2013 – presentazione del libro DESIGN FOR ALL

copertina libro 2

PRESENTAZIONE Di Rodrigo Rodriquez*

È questo di Gino Bandini Buti un libro che si può leggere in più modi. Un libro generoso, direte Voi? No, un libro crocevia di diverse discipline e di risposte a esigenze diverse.

Tanto per cominciare, esso migliora la consapevolezza del perché compiamo certe azioni che ci vengono naturali; ad esempio, come impugnare una matita.

Ci suggerisce come utilizzare al meglio le infrastrutture di spazi destinati a servizi collettivi, di cui Villoresi Est è un esempio egregiamente ben concepito, essendo Autogrill S.p.A. da tempo protesa verso l’eccellenza dei servizi offerti ad un pubblico molto diversificato e possiamo usare questo aggettivo impegnativo – multietnico, essendo presente in oltre 30 Paesi disseminati nei cinque continenti.

A Villoresi Est mi sono fermato mentre viaggiavo insieme con un’amica brasiliana, persona colta e sensibile. Alla mia domanda «Ti piace ?» ha risposto «Mi trovo a mio agio». Una risposta che mi ha suscitato due riflessioni. La prima,  il contributo che a questo «sentirsi a proprio agio» danno i materiali ed i colori scelti dall’architetto Giulio Ceppi insieme con chi ha definito il briefng dell’architettura d’interni e all’arredamento. La seconda, è che sin da quando si entra in Villoresi Est ci si sente destinatari di un messaggio di cortesia: e in un mondo, lasciatemelo dire, in cui i comportamenti cortesi di fan sempre più rari, è proprio un bel segnale!

Venendo al titolo del libro, Design for All è una delle componenti dell’innovazione sostenibile che ha costituito la linea portante del progetto di Villoresi Est, best practice internazionale di Autogrill, coerente con due degli impegni assunti dal mondo del progetto con la Kyoto Design Declaration 2008, documento di Cumulus, l’associazione internazionale tra le Scuole Universitarie di Design (che anch’io firmai,  nell’aprile del 2008, come presidente di ISIA Design Firenze): «to commit to the human-centered design thinking e to the ideals of sustainable development».

Aggiungo che coloro i quali, negli anni ’70, si erano interessati all’ergonomia, per ragioni professionali o per mera curiosità culturale, trovano spunti riflessione per rileggere quella disciplina, qui raccontata con l’autorevolezza di chi, come Luigi Bandini Buti, può permettersi di farlo con piglio divulgativo e sorridente e tuttavia rigoroso, nel più ampio quadro di Design for All.

Prima di coinvolgermi in questa disciplina avevo in realtà condotto un’esperienza di avvicinamento, come membro del Comitato Scientifico di IDIA (Inclusive Design and Intelligent Technology for Accessibile Workplaces) progetto finanziato dalla Comunità Europea – oggi si direbbe dalla Commissione dell’Unione Europea, prima che cambiasse nome come previsto dal Trattato di Lisbona del 1° Dicembre 2009 – consistente, in un’attività di raccolta, da parte di un team di esperti di sei Paesi europei, di dati sullo stato dell’arte dei fenomeni che costituivano il cosiddetto microhandicap.

A me, a quel tempo presidente di FederlegnoArredo, si chiedeva soprattutto di sensibilizzare i fabbricanti di mobili, in particolare quelli destinati agli spazi collettivi (uffici, sale di attesa di transito di aeroporti, stazioni, porti, chiese di ogni confessione, hotellerie in senso lato, inclusi i luoghi di cura della persona, zone comuni e singole camere, ecc.), a che i designer e le aziende nel progettare e realizzare nuovi prodotti per quegli spazi dovessero tener conto dei «portatori di diversità», comprendendo in questa locuzione una variegata e complessa serie di specificità riferibili a diverse capacità ed abilità sensoriali, motorie ed espressive della conoscenza. E ciò non soltanto per ovvie considerazioni di rispetto sociale, ma anche – utilizzando un argomento cui gli imprenditori sono attenti che si stavano affacciando nuovi clienti potenziali: la popolazione europea stava e sta progressivamente invecchiando.  Secondo Eurostat, nel 1997 circa 70 milioni di Europei (il 21% circa) aveva un’età superiore ai 60 anni; l’aumento della vita media, combinata con la diminuzione delle nascite, determinerà entro il 2020 un aumento della popolazione «over 60»sino a oltre il 35% degli Europei.

Questi numeri si traducevano in segnali precisi e concreti per il mercato. Eurostat stimava che la percentuale di persone affette da qualche forma di disabilità era allora (siamo nel 2002, ma la situazione non è cambiata) da valutarsi tra il 10 e il 12% della popolazione nella maggior parte degli Stati Membri, metà delle quali in età lavorativa. L’European Employment Strategy, in occasione della conferenza di Lisbona aveva previsto un aumento del tasso percentuale di persone disabili impiegate dal 61% al 70% entro l’anno 2010.
Il progetto IDIA prendeva dunque le mosse da un fenomeno di segno negativo, come il microhandicap; ma, negli scambi di idee tra i membri del team che conduceva il progetto, era ben presente la convinzione che la diversità umana dovesse essere considerata una ricchezza culturale ed un fattore costitutivo della nostra esistenza.

In un’intervista che rilasciai a margine dell’Assemblea della FEMB, Féderation Européenne Meubles Bureau, tenutasi a Dusseldorf il 23 Novembre 2006, alla domanda: «Il progetto IDIA ha lanciato il sasso sensibilizzando le aziende sul fenomeno. I risultati della ricerca sono in grado di guidarle offrendo loro anche gli strumenti per affrontarlo?» rispondevo: «Il nostro intento è di mantenere alta l’attenzione sulle necessità ed opportunità per le aziende ed offrendo a designer, imprenditori, produttori, decisori di acquisto, strumenti e idee per abbracciare tutte le possibili utenze con cui il mercato si dovrà confrontare. Ritengo anzi che la chiave di successo nel nuovo contesto competitivo sia di ispirarsi ai principi del Design for All, che indica come progettare prodotti, ambienti, oggetti che tengano conto delle diversità di ogni tipo.»

L’uomo inizialmente ha dovuto creare prodotti per sopravvivere, poi prodotti per la salvaguardia, per il confort, per il piacere e poi per tutti. Ma tutti siamo diversi tra noi, e la diversità è una risorsa: i molti violini dell’orchestra non sono sostituibili con l‘amplificazione di uno solo di loro perché sono le differenze, le piccole, impercettibili differenze che fanno l’orchestra: da un altro punto di vista, gli alberi della foresta, di notte, sembrano tutti uguali, ma quando spunta il giorno, li si vede come individui diverso l’uno dall’altro.

Mi piace, in chiusura, citare un altro modo di vedere la diversità come un valore, anche un valore sociale:

L’unica risposta possibile, nei rapporti tra individui
come nelle relazioni tra popoli, è lavorare affinché
l’altro non attenui mai ciò che lo rende diverso da me.
Questo è l’unico modo che conosco per viaggiare verso
di lui perché, se anniento la sua diversità,distruggo
anche la strada che mi porta sino a lui.
Annullo il senso del mio cammino. Annullo me stesso.

Papa Ngady Faye (si fa chiamare Amadou), scrittore senegalese

 

* Rodrigo Rodriquez è membro della Giuria del Marchio Design for All,
è Presidente di Material Connexion Italia,
è stato presidente di FederlegnoArredo
ed è membro del Collegio dei Probiviri di Confindustria.
(www.rodrigorodriquez.com)